Il Caso Spotlight (2015): Recensione

Il Caso Spotlight (2015)

Adesso che si stanno concludendo le saghe di fantascienza quali Hunger Games, Divergent, Maze Runner ecc., sembra che il cinema reclami a gran voce storie ispirate alla vita reale. Questo è infatti l’anno di Joy, Room, Steve Jobs, La grande Scommessa, Revenant – Redivivo, L’ultima parola – la vera storia di Dalton Trumbo, The Danish Girl e così via. Hanno tutti una cosa in comune: l’aderenza a fatti realmente accaduti.
Ora, tra questi spicca particolarmente la storia del 2001 in cui la squadra giornalistica “Spotlight” del Boston Globe inizia una clamorosa indagine sugli abusi sessuali a opera dei sacerdoti di Boston ai danni di minori; abusi che poi sono stati insabbiati dall’autorità ecclesiastica.
“Il caso Spotlight”, diretto da Tom McCarthy (co-sceneggiatore di Up; registadi L’ospite inatteso), si è aggiudicato ben due Oscar 2016, uno dei quali nella categoria più importante: Miglior film.
Questo perché è riuscito a prendere e a sciogliere un caso editoriale scottante terribilmente ingarbugliato, seminando uno alla volta piccoli indizi in una scia di briciole decisiva per il risultato finale delle indagini.
L’opera vuole chiaramente essere un film di denuncia, ma non con finalità accusatorie bensì informative nei confronti del pubblico.

 

Per come è stato strutturato, per la sceneggiatura precisa e la regia distaccata, l’obiettivo è quello di raccontare i fatti così come sono accaduti senza metterci in mezzo niente di più, ma solo le reazioni spontanee di chi ha vissuto e di chi ha investigato questo caso.
Tom McCarthy dirige il film da molto lontano, non vuole invadere il campo d’azione dei personaggi con la macchina da presa, semplicemente li segue da una distanza tale da non sembrare troppo coinvolto dai fatti spinosi raccontati (effetto che deve ricadere quindi sullo spettatore).
Campi medi dominano le scene, affiancati da primi piani nei momenti in cui si vuole sottolineare la reazione di un personaggio e infine diversi dettagli su giornali e documenti per, ovviamente, dare allo spettatore gli elementi giusti per ricostruire il quadro finale.
Anche se dalla trama lo spettatore già si aspetta ciò che andrà vedere, quello che lo lascia col fiato sospeso sono i vari piccoli dettagli che emergono dalla storia “sacerdoti abusano di minori”: da quanto tempo va avanti?, quante sono le vittime coinvolte?, quali età comprendono?, quanti sono i sacerdoti interessati e dove hanno agito? e soprattutto perché è successo tutto ciò e perché è rimasto taciuto?
Questi sono gli aspetti su cui maggiormente si concentra il film, ma non aspettatevi di vedere coraggiosi (perché di fatto lo sono stati) giornalisti come eroi senza macchia. La sceneggiatura pone il punto anche sul fatto che molti nella redazione avevano avuto in mano già da tempo gli elementi per denunciare il fatto, ma erano rimasti in silenzio per un motivo o per l’altro. Ora è il momento di redimersi.
La sceneggiatura originale vincitrice dell’Oscar 2016 è precisa, minuziosa e accurata. È strutturato in modo tale da sembrare esso stesso – il film – un articolo di giornale: quindi molto schematico, razionale, sottoposto alla consequenzialità dei fatti e soprattutto comprovato, sicuro nelle fonti e inattaccabile nella sua verità.
Nonostante sia capace di affermare fatti incontrovertibili con un risultato cinematografico assolutamente efficace, si dimostra fin troppo pesante e lento nella narrazione. Poiché si sa già il risultato della trama, non riesce a mantenere alta la tensione nello spettatore, ma riesce a procurare solo qualche sobbalzo (breve ma intenso) di sorpresa.

Notevole attenzione va posta sui dialoghi che reggono con forza il film e muovono gli ingranaggi dell’indagine.

Il cast spicca per bravura e aderenza al ruolo dal primo all’ultimo. Mark Ruffalo (Bruce Banner/Hulk in The Avengers) è così spigliato e credibile che diventa inquietante nel momento in cui reagisce emotivamente a quello che sta succedendo.
Liev Schreiber (The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca; Creed – Nato per combattere) è pacato e semplice, di una calma che trasmette la sicurezza necessaria a controbilanciare gli animi sconvolti.
Rachel McAdams (Sherlock Holmes – Gioco di ombre; Southpaw – L’ultima sfida), nominata all’Oscar come Miglior attrice non protagonista 2016, è una visione angelica e rassicurante nella sua spietata determinazione.

Ma il vero godimento nella recitazione è Micheal Keaton (Birdman): sembra proprio che, dopo la collaborazione con il regista visionario e pluripremiato di Revenant – Redivivo, il nostro attore 64enne abbia ritrovato un nuovo entusiasmo giovanile che porta nella sua interpretazione una ventata di freschezza. Finalmente “Il fu Batman” ritorna sullo schermo con passione e autenticità.

Ci piace: l’organizzazione degli elementi, il ricercato distacco e il cast affiatato ed efficace.

Non ci piace: la lentezza e come, in fin dei conti, viene fatta di tutta un’erba un fascio.

Consigliato: ai curiosi di verità troppo pigri per leggersi 70 anni di giornali.

VOTO: 8/10

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