Legend (2015): Recensione

Legend (2015)

Era da un po’ di tempo che non si vedeva un gangster movie classico con una recitazione così moderna.

D’altra parte di recente si è visto anche fin troppe volte un film tratto da un testo scritto.
Anche Legend ne fa parte: la pellicola è infatti l’adattamento cinematografico del libro The Profession of Violence: The Rise and Fall of the Kray Twins scritto nel 1972 da John Pearson.

East End londinese. Fine anni ’50. I gemelli gangster Reggie e Ronald Kray, partendo da piccoli crimini, instaurano una malavita industrializzata, con tutti i suoi pro di soldi e i suoi contro di rivalità in affari. Reggie (Tom Hardy) è un carismatico gentiluomo che si innamora di Frances (Emily Browing) che vorrebbe una vita nella legalità e sicurezza. Ronald (Tom Hardy), invece, è un paranoico schizofrenico che desidera violenza e dominio: un individuo fuori controllo e pericoloso.

A dirigere la macchina da presa abbiamo Brian Helgeland (Oscar per le sceneggiature di L.A. Confidential Mystic River) che presenta la storia senza scostarsi dalla linea guida tradizionale, con diverse inquadrature lunghe, un’ambientazione da strada, pub lussuosi, violenza e un’immancabile voce fuori campo a narrare.

 

Le sequenze sono pulite, e le scenografie e i costumi da passerella recuperano lo stile di vita di quegli anni dinamici. Molto caratterizzante è il commento musicale assai evocativo che accompagna praticamente l’intero film. Tuttavia vi è un momento di ellissi troppo marcata, improvvisa e per niente naturale: decisamente poco opportuno.

Nonostante sia chiaramente un gangster movie, vi è anche una contaminazione di generi notevole: troviamo nello stesso pentolone romanticismo, comicità, biografia e anche thriller (pressoché inesistente).

Mescolando il tutto si ottiene un minestrone confusionario, dal gusto poco definito e dai toni incerti man mano che si articola la trama.

A firmare la sceneggiatura è sempre lo stesso Helgeland e qui si chiarisce il perché di tanta indecisione: se la scrittura parte male, molto probabilmente la seguirà a ruota anche la regia, a maggior ragione se gestiti dalla stessa persona.

Il ritmo è abbastanza incalzante, decisamente mantiene sveglio lo spettatore grazie a un giusto equilibrio di parola e azione. Prevalentemente nato come filmdinamico, si evita la chiacchiera letale che invece sembra tanto piacere a sceneggiatori come Aaron Sorkin (Steve Jobs) – impeccabile ma sicuramente non poco impegnativo.

Si cerca, inoltre, di dare una caratterizzazione particolare ai personaggi e alle situazioni che vivono, ma il risultato non riesce a essere originale: cade nelle figure tipo del gangster galantuomo dall’eleganza accattivante; della donna che desidera la tranquillità e la legalità; e del criminale spietato e violento che rovina ogni piano razionale.

L’evoluzione della storia è quella codificata dal cinema classico hollywoodiano: parte con grande grinta e seduzione per denaro e potere e si conclude con la sconfitta dello stile di vita immorale che si fa beffe della legge.

I dialoghi sono probabilmente troppo libreschi e colti per l’epoca, perché ripresi dal romanzo da cui è tratto il film, e quindi poco credibili, ma non recano disturbo allo spettatore che è decisamente rapito dall’interpretazione – e prestanza fisica – di Tom Hardy.
Poca attenzione alla regia e poca cura alla sceneggiatura, perché il punto di forza è tutto sulle spalle del talento del recente Revenant – Redivivo, Mad Max: Fury Road, Warrior e tantissimi altri.

La leggenda dell’ascesa e caduta dei due gangster londinesi era già apparsa al cinema nel 1990 in The Krays – I corvi con Gary e Martin Kemp, ma la peculiarità di Legend è che Tom Hardy interpreta, in doppio, entrambi i gemelli con una flessibilità nel cambio ruolo vertiginosa.

Già distintosi con ruoli interessanti e tutti che vanno brillantemente a segno, anche qui dà prova di sé. Con la sua figura autoritaria e il suo magnetismo fisico riempie lo schermo interpretando Reggie, rendendo bene la sua fatale attrazione verso la bella vita, senza però rinunciare al codice d’onore né nella galanteria con la futura moglie né nella rissa col consanguineo. Ma rimane piuttosto negli schemi e con poche sfaccettature.

Mentre più intrigante e interessante è la sua interpretazione del gemello Ronald, di una comicità disarmante perché inquietante e spesso macabra, nonché audace nell’affermare con forza e con chiarezza chi è e cosa vuole. È innegabile l’aspetto caricaturale e palesemente deformante dell’originale Tom, ma il suo atteggiamento fisico indotto e la sua pronuncia forzata non creano fastidio: rimane un tacito piacevole accordo tra lui e lo spettatore, tanto che la sua versatilità rende accettabili gli inevitabili errori causati dalla difficoltà di interpretare nello stesso film due ruoli così diversi e così vicini. È l’imprevedibilità psicopatica e instabile di questo personaggio che crea le situazioni e il movimento del film.

Sottotono e poco sfruttata la futura moglie di Reggie, Frances (Emily Browing – Pompei; Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi). Commenta tutto il filmcon la sua voce fuori campo, ma è una soluzione poco probabile e quasi fastidiosa, poiché, soprattutto verso la fine, lei appare come la martire, senza un’evoluzione. Invece il suo personaggio e quello di Ronald potevano essere una buona chiave di lettura per rappresentare le debolezze di Reggie che alla fine perde il controllo diventando il carnefice.

Un film comunque accettabile e leggero, divertente e concentrato che piace.

Ci piace di Legend: Tom Hardy e… Tom Hardy. Senza dubbio.

Non ci piace di Legend: la confusione nel dare un’identità al film.

Consigliato: a chi vuole rivivere un po’ la magia del classico gangster movie.

VOTO: 7/10

SEGUI MALATI DI CINEMA SU FACEBOOK

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *