The Danish Girl (2015): Recensione

The Danish Girl (2015)

Nella Copenaghen degli anni venti la ritrattista Gerda Wegener è sposata con il pittore paesaggista Einar Wegener. I due si amano molto, tuttavia lui, dopo un gioco con la moglie in cui doveva travestirsi da donna, inizia ad avere problemi con l’identificazione del proprio sesso: egli non si sente più uomo e decide di lasciare il posto al suo alter ego Lili sottoponendosi al primo intervento chirurgico del genere. La moglie dovrà accettare questa situazione in un modo o nell’altro.

Questa è la trama del film del 2015 diretto da Tom Hooper e dell’adattamento del romanzo La danese (“The Danish Girl”), scritto nel 2000 da David Ebershoff.

Il regista, già premio Oscar per Il discorso del re, ritorna a dirigere un film biografico dal tema discusso e caustico.

Tom Hooper ha uno stile tutto suo di raccontare situazioni delicate, riuscendo a giocare sui tabù del cinema e della società rendendo indispensabili, e soprattutto necessarie per il pieno e completo sviluppo della storia, anche le scene più discutibili, con un risultato di coinvolgimento emotivo da manuale.

Tuttavia affronta tutto questo con una raffinatezza aristocratica che invade ogni inquadratura del film e che è impossibile non percepire. La cura maniacale dei costumi, delle scenografie organizzate come quadri artistici, dei colori molto definiti e luminosi anche i più freddi: ogni elemento che entra in campo deve essere in perfetta armonia con il resto che lo circonda. Per questo motivo anche i personaggi sono scelti e caratterizzati spesso da un livello sociale sicuramente non popolare, ma assolutamente raffinati.

 

Mantiene la lancetta della qualità produttiva sempre davvero molto alta e l’occhio non può che giovarne visivamente. Il regista arricchisce di esagerata bellezza ogni immagine al fine di rendere le scene più “particolari” meno sconvolgenti e più innocue possibili.

Come nei suoi precedenti film Les Misérables o il già citato Il discorso del re, Hooper ha un irresistibile amore per i primi e primissimi piani, nonché (soprattutto in The Danish girl) una sconfinata passione per i dettagli e i particolari.

E sono proprio queste le inquadrature che dominano buonissima parte delle sequenze, ma, oltre ai volti molto esplicativi dei protagonisti, il regista non risparmia neanche le scene che necessitano della vista dei corpi, e soprattutto dei corpi nudi. Egli riesce a mostrarli con incredibile naturalezza e in un modo tale che non è sconvolgente, anzi, è utile per capire meglio la situazione che i personaggi stanno vivendo.

Anche queste immagini appaiano pulite e armoniche, quasi costruite con finzione, addirittura, per la loro impeccabile fotogenicità con l’obbiettivo.

C’è da dire, però, che in una storia di mutamento sostanzialmente fisico (nonché ovviamente spirituale) si è dato troppo campo libero ai volti e non alle figure intere.

Con il vincitore dell’Oscar per La teoria del tutto di James Marsh (2015) come miglior attore protagonista, anche Hooper ha deciso di puntare quasi tutta la baracca sulla già dimostrata (e premiata) capacità di Eddie Redmayne (anche quest’anno candidato, ma battuto da Leonardo DiCaprio – finalmente!) di esprimere e trasmettere fortissime emozioni attraverso la sua gestualità e grande versatilità in ruoli di così grande stress fisico.

Eddie è assolutamente perfetto per la parte e le inquadrature così strette e ravvicinate sembrano giustificate dalla straordinaria adattabilità alla figura femminile che il viso di Redmayne possiede, rispetto al suo corpo ovviamente meno plasmabile.

Anche se il protagonista Einar Wegener/Lili Elbe sia stato più che sublime, non ci ha dato nulla di nuovo (ma non meno intenso e d’impatto) rispetto alla sua interpretazione precedente di Stephen Hawking. Insomma, tutti si aspettavano una grande interpretazione e lui ha pienamente soddisfatte le aspettative.

Invece a essere una sorpresa è la co-pratagonista femminile Alicia Vikander (Ex Machina) che dimostra grande pathos, determinazione e fragilità nell’interpretare un ruolo così difficile come è quello di una moglie che deve accettare il cambio di sesso del proprio marito.

La vincitrice dell’Oscar 2016 come miglior attrice non protagonista colpisce nel segno: è bella, naturale e forte, ma al tempo stesso trasmette un’instabilità emotiva molto sentita anche più di quella della “ragazza danese”. Questo perché il cambiamento e sconvolgimento che deve vivere lei raggiunge corde più vicine alla nostra realtà (tenendo sempre in considerazione la particolarità della vicenda tratta), con un eccelso effetto di immedesimazione da parte del pubblico.

Il rapporto privato e intimo che si crea tra lo spettatore e il personaggio non viene mai disturbato da musiche con parole invadenti, ma solo da molti silenzi o melodie soffuse.

La sceneggiatura invece è, ovviamente, costruita egregiamente, accurata e che si prende i suoi spazi e i suoi tempi senza correre troppo verso la metà.

Il tutto condito con il lieve e soffice tocco del regista Tom Hooper che dirige attori che recitano con la stessa professionalità e atmosfera del teatro.

Ci piace: le tinte pittoriche e le atmosfere impeccabilmente affascinanti.

Non ci piace: la lentezza con cui procede la storia, a volte un po’ noiosa.

Consigliato a: chi vuole vedere un film dai temi forti ma capace di non sconvolgere i deboli di cuore.

VOTO: 8/10

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