Cannibal Holocaust (1980): Recensione

Cannibal Holocaust, recensione del film diretto da Ruggero Deodato nel 1980, tra i principali esponenti del Cannibal-Movie molto in voga specialmente a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80

Mi sto chiedendo chi siano i veri cannibali”

Cominciare un articolo citando la frase finale di un film non è corretto nei confronti di chi non ha mai visto la pellicola, in questo caso però è doverosa l’eccezione.
Innanzitutto per parlare di Cannibal Holocaust tocca innanzitutto partire dal messaggio principale che vuole lanciare il regista Ruggero Deodato, ovvero: siamo sicuri di esserci evoluti nel corso degli anni?

Il professore Harold Monroe parte per il Brasile alla ricerca di quattro reporter scomparsi, incaricati da un’emittente televisiva di filmare e registrare le tribù cannibali che si annidano all’interno dell’Amazzonia.
Con una guida di nome Chaco ed un ragazzo del luogo riesce ad insediarsi nel villaggio in modo tutto sommato pacifico, scoprendo terribili segreti che vede coinvolti i ragazzi ed i primitivi abitanti.
Trovando le carcasse dei reporter, il professore riesce a recuperare alcuni nastri registrati per poter fare luce su quanto accaduto.
Tornato a New York mostra ai dirigenti del canale televisivo i filmati che vede coinvolti i giovani.
Un’agghiacciante sorpresa sconvolge coloro che guardano le terribili immagini…

Tre anni dopo il coraggioso Ultimo mondo cannibale (1977), Ruggero Deodato scende di nuovo in campo nel genere “Cannibal” con Cannibal Holocaust, anticipando i tempi del “falso-documentario” reso celebre ai più da The Blair Witch Project.
Il grado di violenza raggiunto da Cannibal Holocaust lo inserisce prepotentemente tra i più cruenti ed estremi lungometraggi mai girati, consacrando Deodato come “Mister Cannibal”, etichetta forse troppo stretta per un talentuoso mestierante del Cinema.
Un film così difficile da girare non è stato esente da polemiche; innanzitutto riguardo alcune scene dove sono stati uccisi veri animali (così come in Ultimo mondo cannibale).
Da amante dell’horror e di questa pellicola ammetto però di aver sempre “skippato” queste scene, senza però giudicare o condannare, personalmente però le ho sempre trovate fastidiose e gratuite, ma tant’è che non è l’unico prodotto nella storia del Cinema ad aver mostrato ciò.

Il pregio di Cannibal Holocaust è quello di raccontare in maniera limpida e trasparente alcune realtà distanti anni luce dalla civiltà moderna, piene di segreti e strani rituali, aggiungendo, come detto prima, il messaggio sociale.
Il fascino di assistere con gli occhi dello spettatore all’avventura vissuta da quattro giovani e sfrontati reporter che si comportano improvvisamente da “villain” tra i più malvagi, puramente per scopi personali ed egoistici (vincere l’Oscar documentando e fomentando la violenza nelle situazioni da loro filmate).

Possiamo dire che il film si snoda in due parti: la prima d’indagine (The Last Road to Hell) con protagonista il professore Harold Monroe (interpretato dall’attore pornografico Robert Kerman), mentre la seconda (The Green Inferno) si trasforma in un Mockumentary attraverso le bobine ritrovate, intervallate da finte interviste documentaristiche ai parenti e conoscenti dei ragazzi.

Il cast vede, a parte il già citato Robert Kerman, interpreti del tutto sconosciuti.
Deodato racconta durante un’interessante intervista contenuta nell’edizione DVD (grazie a Nocturno) che per la parte della reporter Shanda Tomaso non era semplice trovare una persona disinibita e pronta a girare scene di nudo e di stupri, quando si propose, quasi per caso, Francesca Ciardi, a detta del regista una “pariolina” completamente disponibile a tuffarsi in questo estremo progetto.
Presente anche un giovane Luca Barbareschi.

Degne di nota alcune scene diventate cult come ad esempio la ragazza impalata, dal forte impatto visivo e difficile da creare per l’epoca, in grado di suscitare indignazione da parte della critica che accusava tale momento di essere addirittura reale, alimentando la leggenda che aleggiava sul film a quei tempi (aiutandolo anche sul piano pubblicitario) di essere uno snuff (contenente scene di violenza reale), in parte vero se parliamo della violenza perpetrata ai danni degli animali.
Data l’estrema aggressività del film la visione è consigliabile solamente ai non impressionabili, anche se è veramente un peccato non divulgare a tutti (bambini esclusi) un prodotto dalla forte tematica e curato in maniera pressoché perfetta da un Ruggero Deodato a dir poco eccezionale, penalizzato purtroppo dalla censura e dai rarissimi passaggi televisivi.

CI PIACE:
– Lo stile innovativo del Mockumentary.
– La violenza fisica e psicologica vissuta da tutti gli interpreti.
– L’ambientazione ed il coraggio nel girare in luoghi difficili.

NON CI PIACE:
– Le sevizie sugli animali.

VOTO: 8 su 10

SEGUI MALATI DI CINEMA SU FACEBOOK

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *