Dunkirk (2017): Recensione

Si potrebbe dire che Dunkirk sia davvero il miglior film di Christopher Nolan e che raggiunga la perfezione, o quasi. Innanzitutto non si tratta del solito film di guerra, ma è una vera e propria poesia di suoni e immagini: un inno alla sopravvivenza, in tutti i suoi aspetti positivi e negativi, che sia di un popolo o di un soldato solo.

Con un minutaggio accettabile di 120 minuti, la prima parte è dominata esclusivamente da immagini e musica. Le immagini sono molto pulite e dai forti colori freddi, con una fotografia che sa cogliere il senso di desolazione e di angoscia nella trappola di una strategia di guerra fallita. L’inesorabile destino dei soldati non ha bisogno di parole per essere raccontato. Bastano le inquadrature ai volti degli uomini e alla distruzione delle uniche navi, mezzi di salvezza.

La musica è un elemento molto forte e molto sentito che accompagna l’intero film quasi sempre con lo stesso ritmo incalzante di Hans Zimmer. L’impellenza del tempo che si accorcia rappresentato dal geniale ticchettio di un orologio, che va ad accelerare sempre di più, va ad accrescere la tensione nello spettatore.

Il regista si serve all’inizio di poche ma efficaci didascalie per sottolineare tre punti di vista cruciali nello svolgimento della trama: il molo, il cielo e la spiaggia. E questi saranno gli snodi principali della storia, con tre narrazione parallele e alternate, con salti temporali interessanti ma abbastanza comprensibili.

Verso la chiusura si perde l’illuminazione di Nolan, con un finale che pare un po’ troppo “poetico” anche per un film di guerra: il sacrificio dell’ultimo pilota, la solidarietà del capo della marina. In ogni caso, una cosa è sicura: la totale assenza di dialoghi nella prima parte ha arricchito il valore delle parole finali dette dal protagonista (se davvero se ne può identificare uno), per un risultato molto intenso e sentito.

La recitazione è ovviamente ai massimi livelli, così come una regia dalle inquadrature molto belle, dinamiche (sopratutto nelle sequenze aeree) eppure molto rigorose e guidate dalla tipica razionalità del regista. Si utilizza un approccio molto oggettivo ma al tempo stesso molto empatico, grazie a un tocco elegante e sofisticato che Nolan non aveva ancora usato così bene.

Sicuramente si tratta di una perla che luccica nel curriculum di Nolan, in cui sembra che anche il maestro stia superando se stesso in bravura.

SEGUI MALATI DI CINEMA SU FACEBOOK

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Vai alla barra degli strumenti