Lolita (1997): Recensione

Lolita, recensione del film diretto da Adrian Lyne nel 1997 tratto dall’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov e seconda trasposizione cinematografica dopo la Lolita di Stanley Kubrick


Ci troviamo nell’America del 1947, il Prof. Humbert Humbert (Jeremy Irons), docente britannico di letteratura francese, riceve una cattedra presso l’università di Beardsley, in Ohio. Per cause di forza maggiore è costretto a trasferirsi presso la casa della vedova Charlotte Haze (Melanie Griffith). qui avviene l’inatteso incontro con la piccola di casa, Dolores Haze (Dominique Swain), che con la sua bellezza acerba andrà a stregare il protagonista maschile, portandolo alla follia pura dopo avergli fatto riscoprire la sua debolezza peggiore: l’attrazione malata per la “Lolita”, termine coniato da Vladimir Nabokov, autore dell’omonimo romanzo, che va ad indicare una preadolescente attraente da un punto di vista sessuale secondo il carnefice, in questo caso Dolores diviene l’archetipo di questa figura a tratti mitologica.

Da questa visione da parte del protagonista ha inizio un dramma psicologico, che va a mettere a nudo l’anima dello spettatore. Lyne ci dimostra di essere un grande autore e soprattutto un esteta di primo ordine, infatti è l’estetica curata ed eterea che guida l’intera pellicola. Il regista sceglie di contrapporre al mostro della pedofilia, un contesto esteticamente molto gradevole: la cura degli ambienti, un gusto raffinato per la regia morbida, i colori pastello e la fotografia vibrante, molto bohemién e a tratti impressionista. Il film è una vera e propria opera d’arte.

La parola d’ordine di LOLITA è “incontro”, si parla di un incontro tra culture, un incontro tra generazioni, ma soprattutto di un incontro tra una vittima ed un carnefice, quest’ultimo è probabilmente il più moralmente complesso, in quanto, al contrario di Kubrick, Lyne sceglie una Lolita molto più provocante e vivace, che fa innamorare lo spettatore, facendo sorgere nel pubblico un dubbio etico. La definizione di vittima e carnefice diventa sempre più complessa di quanto si possa pensare, esplodendo e facendosi chiara solo dopo l’epilogo della pellicola.
Lolita è una tela da ammirare, Lolita è un dramma da contemplare.

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