Blue Ruin (2013): Recensione

Blue Ruin, recensione del film di genere thriller scritto e diretto da Jeremy Saulnier nel 2013 con protagonista Macon Blair

VOTO MALATI DI CINEMA (7 / 10)

Un vagabondo solitario rientra nella sua casa d’infanzia per portare a termine un piano di vendetta. Scoprendo però una verità sconvolgente sul suo passato, si rivelerà un assassino inetto e si ritroverà coinvolto in una lotta disperata per proteggere la sua estraniata famiglia.

Jeremy Saulnier, dopo l’esordio alla regia con “Murder Party” (dark comedy grottesca e splatter), azzecca questo “indie” americano, un film di vendetta, una vera e propria sorpresa che potrebbe arrivare tra i cult dei nostri scaffali.

Dwight Evans (Macon Blair) è un senzatetto del Maryland costretto a vivere di espedienti e dormire in una spiaggia dentro una Pontiac Blu tutta arrugginita e piena di fori.
Mangia nella spazzatura, entra abusivamente nelle abitazioni altrui per lavarsi, ha la barba ed i capelli non curati.
Improvvisamente viene chiamato da una poliziotta.. l’assassino dei suoi genitori è uscito di prigione!
Capisce che può esistere un senso alla sua vita, la ricerca di un colpevole per quello che sta passando ed il desiderio di vendetta per la morte dei genitori.
Riesce così a rimettere in moto la macchina e parte per la Virginia con un unico scopo: uccidere.

Parte così il film, pochi i dialoghi, il cambio look di Dwight (si taglia i capelli e la barba come se stesse andando al “suo funerale”), la ricerca del migliore amico Ben (metallaro, cacciatore e collezionista di fucili ed armi da fuoco) e poi l’escalation di un uomo semplice che rischierà di diventare un vendicativo carnefice.
Blue Ruin non è il classico “Revenge Movie” alla Lady Vendetta o Old Boy, non c’è pianificazione, poesia o sentimento.
Un viaggio che ha un unico obiettivo, dove l’essere umano viene travolto da ferocia, spinto dalla sete di vendetta, ma mai pianificata, disorganizzata, dove vivere per uccidere o morire ha la stesso valore per un uomo dal destino già segnato.

Saulnier regala allo spettatore una visione dell’America rurale votata alla violenza e le armi, alternata da una fotografia sinistra e disarmante (la casa di campagna, lo spargimento di sangue) alle perfette inquadrature (l’oceano, la spiaggia, l’auto/tenda).

La scelta del protagonista di Blue Ruin non è un caso, l’attore Macon Blair (da poco diventato regista e migliore amico nella vita reale di Saulnier), un personaggio devastato dalla vita, segnato dal tempo, ma che può trovare un senso alla vita terrena solo con la vendetta (il cambiamento del look non è un caso).

L’autore dà un senso quasi “biblico” alla storia, dove vige la legge “del taglione” e per regolare la giustizia terrena bisogna attaccare se si subisce un violenza, ripagare lo stesso torto con la stessa sorte e spargere il medesimo sangue, soprattutto se è quello della famiglia del carnefice.
C’è anche un pizzico di humor grottesco nei pochi e mirati dialoghi (il fast food, la foto del festino con l’amico e la spogliarellista), nelle scene (la pipì sulla bara) per arrivare al finale con il temporale da “giudizio universale” ed il “fratellastro” che se ne va dopo la carneficina, via nei boschi della Virginia.

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