E’ solo la fine del mondo (2016): Recensione

E’ solo la fine del mondo (titolo originale: Juste la fin du monde), recensione del film diretto da Xavier Dolan nel 2016 con Gaspard Ulliel, Marion Cotillard e Vincent Cassel

VOTO MALATI DI CINEMA 8 out of 10 stars (8 / 10)

E’ solo la fine del mondo (Juste la fin du monde) è l’ultimo film di Xavier Dolan, regista canadese fuori dagli schemi, che ha esordito col suo primo film a soli 19 anni. Dolan ha già un posto nell’Olimpo dei registi “intoccabili” della nostra generazione: nel corso di questi anni si è saputo distinguere non solo per la sua abilità tecnica, ma specialmente per il suo andare controtendenza. Si può infatti dire che si sia inserito in un panorama in cui lui stesso è l’unico protagonista, perciò il suo cinema può solo essere amato o odiato, senza vie di mezzo.

Il film narra la storia di Louis, scrittore e malato terminale, che decide di tornare a casa dopo dodici anni di assenza per informare i familiari della sua malattia. Il ritorno a casa del protagonista genere un’ondata di reazioni diverse: la sorella, Suzanne, che non ha mai visto il fratello in tutta la sua vita, sente un enorme legame verso di lui, pur essendo egli una presenza che fino ad allora aveva solo idealizzato. Antoine, il fratello maggiore, invece, è mosso da un gran risentimento nei confronti di Louis per via della sua assenza. La madre Martine, che rientra perfettamente nel prototipo di madre “dolaniana” con le sue frivolezze ed eccentricità, sente che il ritorno del figlio potrebbe riportare la famiglia a un equilibrio generale. Personaggio di cornice è Catherine, l’ingenua e riservata moglie di Antoine, che instaura un’intesa speciale con Louis. Il suo ruolo è controverso, in quanto sembrerebbe essere l’unica con cui Louis riesca a confrontarsi, pure essendo anche la più distante per legame familiare. Dalla prospettiva di Louis, infatti, ogni membro del nucleo familiare risulta vicino e lontano allo stesso tempo. Questa distanza-vicinanza si percepisce ogni qualvolta i personaggi discutono e urlano, per poi tornare armoniosamente vicini grazie a qualche battuta. Louis sente il suo segreto spingere da dentro verso fuori, ma si ritrova a doverlo frenare per l’incapacità di comunicazione con una famiglia che, in fin dei conti, ormai gli è quasi estranea. I due fratelli Suzanne e Antoine si comportano in modo impacciato, trovandosi in contrasto tra di loro fino alla fine del film, spiazzati entrambi dal ritorno del fratello per il quale nutrono un sentimento ambiguo, che li spinge rispettivamente ad accoglierlo (Suzanne) e a rifiutarlo (Antoine).

Adattato dalla pièce teatrale del 1990 di Jean-Luc Lagarce, il film di Dolan ci mostra la piena maturazione del regista, che riesce ad addentrarsi in una scenografia non originale, con una regia che si muove in pochi metri. La recitazione è sublime: nomi come Cotillard, Seydoux e Cassel non deludono le aspettative. Altra caratteristica del film è quella di giocare con la colonna sonora: sono inseriti brani pop (Dragostea Din Tei ne è un esempio), all’interno di scene emozionanti, o di ricordi d’infanzia sfumati ma palpabili, dalle atmosfere calde e dai colori avvolgenti. È dunque evidente come il regista si diverta a mischiare elementi del cinema d’autore a influenze commerciali, riuscendo sempre a toccare le corde emotive del pubblico. Proprio la scena dei ricordi d’infanzia, insieme alla scena della prima esperienza sessuale di Louis – raccontata con la dolcezza tipica del regista – sono particolarmente efficaci all’interno del film: esse proiettano lo spettatore nel passato del protagonista, di cui si ha la sensazione di poter percepire vividamente ogni dettaglio. È proprio appoggiandosi a un vecchio materasso nello scantinato che Louis torna indietro con la mente a quei momenti, dove viveva amori acerbi e sfrenati, restituendo allo spettatore le emozioni che ha provato in giovinezza, quasi come a volersi attaccare alla vita, ancora una volta, una delle ultime. Simbolico è infatti il momento in cui, fermo nel corridoio, ascolta il ticchettio assordante di un pendolo alla parete, angosciato dallo scorrere del tempo, che, lui sa, porterà alla sua morte.

(Una delle scene dove Louis ricorda la sua infanzia)

L’intero film si tinge di colori caldi, ma che a tratti risultano anche soffocanti; scantinati, raggi di sole che filtrano dalle serrande, ombre scure e atmosfere polverose: sono tutti elementi che rappresentano esternamente la situazione interiore del protagonista. Solo in una scena in cui Louis è in macchina col fratello Antoine si prende davvero fiato, ma quest’aria è una mera illusione: Antoine coglierà l’occasione per riversare sul protagonista tutti i suoi dubbi e rancori da fratello ripudiato, forse anche invidioso, verso Louis, che, impassibile, torna a ritrarsi come un riccio, fino alla fine del film.

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