Border – Creature di confine (2018): Recensione

Border, recensione del film del 2018, diretto e co-sceneggiato da Ali Abbasi, tratto dal racconto Confine di John Ajvide Lindqvist e distribuito in Italia a partire dal 28 marzo 2019

VOTO MALATI DI CINEMA (9 / 10)

Una riflessione alternativa sul che cosa significhi davvero essere “umani”?

La chiave di lettura di questa pellicola è rintracciabile proprio nel titolo, Confine, per quello che di fatto è un film che si colloca al crocevia tra i generi, inventando un nuovo spazio tutto suo, una zona franca al confine tra il drammatico e il romantico, tra il poliziesco e il thriller, tra l’erotico e il documentario, tra il fantasy e la cronaca; ma soprattutto al confine con l’orrendo e, al tempo stesso, con il magnifico.

Il regista Ali Abbassi, iraniano di origine e naturalizzato svedese, prende il romanzo di John Ajvide Lindqvist, ne mantiene il titolo (Gräns) e, diversamente da quanto fatto da Tomas Alfredson nel suo “Lasciami Entrare”, sposta l’attenzione su un’altra creatura leggendaria rispetto ai vampiri del testo di partenza. Quella di John Ajvide Lindqvist è senza dubbio una delle voci più originali della letteratura fantasy/horror contemporanea, capace di trattare il tema della mostruosità e della “diversità” riflessioni profonde, senza mai abbandonare la direzione del fantastico. In linea perfetta con quel concetto di “monstrum” che in latino significa “ammonimento”. Un monito, qualcosa o qualcuno che ci rimprovera, ci richiama alla nostra responsabilità, ci mette in guardia dai pericoli. Ci sbatte in faccia i rischi della realtà, ma anche le insidie dell’inconscio.

E lo si vede a partire proprio dai suoi personaggi, come accade per l’indiscussa protagonista Tina, interpretata da una grande Eva Melander, che appare quasi da subito in primissimo piano, sbattendo in faccia allo spettatore un’estetica forte e tutt’altro che gradevole per i canoni “umani”. Questa poetica di crudezza e schiettezza d’autore, porterà già a metà pellicola ad entrare in empatia con i protagonisti non umani (o non del tutto umani) e a trarre, man mano che ci si avvicina il finale, una propria riflessione su quanto quel “non del tutto umano” sia da interpretare con accezione negativa o positiva.

Aiutato dalla grande base strutturale originale, è proprio questa l’opera più potente che il regista compie: cambiare la nostra visione canonica, il nostro punto di vista. O forse per meglio dire, arricchirci, farci uscire da noi stessi, dai nostri involucri, dai nostri pregiudizi e dalle nostre certezze, lasciandoci nudi nella foresta di notte, come fossimo anche noi protagonisti insieme a Tina e Vore (Eero Milonoff), l’unico che riesce a farla sentire perfetta e, anche se per poco, finalmente libera. Tina è tante cose assieme, è impiegata ammirevole all’aeroporto, ma anche figura chiave in un’indagine di pedofilia, è una donna mite e indipendente in grado di mantenere un uomo in casa propria permettendogli di non lavorare, ma anche creatura estremamente connessa alla natura, alla fauna, in grado di sorprendere per dominanza e integrità man mano che l’intreccio volge al termine.  

Il finale vero e proprio di Border – Creature di confine lo determiniamo proprio noi quando usciamo dalla sala, quando rientriamo nei nostri involucri, ci riappropriamo delle nostre abitudini, delle nostre percezioni. Con la speranza che porteremo ancora per ore, per giorni e (perché no, per sempre) una briciola di quel dipinto pressoché perfetto che ha preso forma attorno a noi in quella sala, sala in cui arriveremo, a pochi istanti dai titoli di coda, a provare compassione e tenerezza, per un qualcosa che fino a due ore prima era al confine, appunto, del sopportabile.

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