La bambola assassina (2019): Recensione

La bambola assassina, recensione del film diretto da Lars Klevberg, reboot della pellicola del 1988 di Tom Holland. Uscita nelle sale italiane: 19 giugno 2019

VOTO MALATI DI CINEMA 6.5 out of 10 stars (6,5 / 10)

La bambola assassina, reboot del primo (e migliore) capitolo diretto da Tom Holland nel 1988, inizia con un sabotaggio da parte di un ingegnere vietnamita. Proprio quel mondo orientale che oggi minaccia la Corporation occidentale. Questa Corporation americana produce bambolotti intelligenti (intelligenza artificiale) che però sono fabbricati in Oriente. L’ingegnere per vendicarsi del capo (simbolicamente la critica alla società americana è implicita ma comunque presente) manomette uno di questi bambolotti togliendo le “sicure”.
La bambola assassina, Chucky, accede nel mercato occidentale. Entra nella casa del protagonista, Andy, un adolescente molto introverso ed orfano di padre che vive con la madre ed il compagno di lei (un vero e proprio stronzo).
La madre, per rallegrare il figlio, gli regalerà questo bambolotto che con il passare del tempo inizierà a sviluppare tendenze aggressive e violente in un’escalation che condurrà a diverse vittime. Il genere è un misto di teen horror, tra il grottesco e il comico.

Un aspetto interessante del film è che la bambola, essendo un’ intelligenza artificiale, “impara” la violenza e l’aggressività attraverso un termine che gli psicologi chiamano “apprendimento vicario”, o per imitazione. Emblematica a tal proposito è la scena in cui Andy ed i suoi amici guardano un film horror, con Chucky che osserva e riproduce quella violenza che tanto fa divertire quegli adolescenti.

L’aspetto su cui però vorrò concentrarmi maggiormente sarà quello di fornire una spiegazione psicologica del film. L’adolescenza è un’età caratterizzata dal conflitto e quindi di conseguenza anche da emozioni che esplodono, aggressività espressa verbalmente e non controllata. Il primo pensiero che ho avuto mentre guardavo il film è stato quello di paragonare il bambolotto all’oggetto transizionale di Winnicot. Con tale termine lo psicoanalista inglese intende un oggetto che permette al bambino di transitare emotivamente da un contesto (familiare) ad un altro (mondo sociale). Guardando il film il bambolotto permette sicuramente un passaggio, una transizione, ma non in termini evolutivi quanto piuttosto attraverso una non elaborazione di qualcosa che andrò a spiegare meglio nel corso di questa recensione.

Dal punto di vista simbolico e psicologico, rifacendoci ad un noto psicoanalista di nome Bion, la bambola rappresenta un “contenitore” per Andy incapace di accogliere l’aggressività dell’adolescente. Anzi, Chucky agisce una violenza che Andy esprime solo verbalmente (in un litigio con il patrigno afferma di volerlo morto). Il punto centrale del film è appunto l’aggressività e la violenza e come sono maneggiate e vissute dal protagonista.
Andy, incapace di esprimere quello che prova, quello che sente, “nasconde” alla madre ed al mondo dei grandi le azioni violente della bambola. Il ragazzo si confronta con il mondo dei pari, un mondo che da un lato lo rassicura ma dall’altro non gli permette di evolversi poiché è un mondo che continua ad agire senza pensare.

Andy diventerà un “adulto”, al contrario, quando deciderà di affrontare la bambola. Andy ed i suoi amici arrivano al punto di nascondere il cadavere del patrigno ammazzato dal bambolotto. Sono totalmente incapaci di accusare la bambola perché ancora non in grado di nominare la propria violenza. invece nel momento stesso in cui l’adolescente affronta la propria aggressività, i propri conflitti senza evitarli, o nascondendoli sarà capace di sviluppare un linguaggio che lo aiuterà a nominare le emozioni.

Chucky, bambolotto che apprende la violenza per la violenza, smetterà di esistere nel momento stesso in cui il protagonista imparerà ciò che il bambolotto non può fare: Imparare a vivere le emozioni. Quelle emozioni tanto cercate in adolescenza quanto temute.

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