C’era una volta a… Hollywood: riflessione sul concetto di doppio e di perdita in psicoanalisi

A cosa serve la psicoanalisi? A sognare.“

CONTIENE SPOILER

Questa frase non è detta nel film, ma è ciò che ho pensato durante la visione dell’ultimo lavoro di Quentin Tarantino. Tale frase potrebbe essere riformulata in questi termini: “attraverso il cinema possiamo sognare ed elaborare dolori e tragedie”. La trama di questo C’era una volta a… Hollywood non esiste o meglio possiamo parlare di sviluppi tematici. Ciò non significa che le scene e lo sviluppo siano casuali, anzi. Occorre approcciarsi al film attraverso una modalità più sognante, in cui lo spettatore dovrebbe godersi le scene, le musiche, senza farsi troppe domande e aspettare il finale.

La storia è quella di un attore mediamente famoso (Rick Dalton), interpretato da Leonardo DiCaprio, e della sua controfigura Cliff Booth (Brad Pitt, credo in una delle sue migliori interpretazioni in assoluto. Durante tutto il film sembra impermeabile ad ogni cosa, una specie di divinità greca, al contrario dell’attore, molto più “umano”).

La storia è ambientata alla fine degli anni ’60.
Dalton vive ad Hollywood in una villa lussuosa con una bella piscina accanto alla molto più lussuosa villa di Sharon Tate e Roman Polanski (sì, proprio lui, il regista che è diventato famoso con un film che parlava di satanismo “Rosemary’s Baby”). Invece la controfigura abita dietro un drive in, in una roulotte con il suo amato cane. Il primo tema che emerge è l’amicizia “magica”, “surreale” e per certi versi inspiegabile tra Cliff e Rick. Una relazione che rasenta l’omosessualità tra i due, con lo stuntman che si presta a qualsiasi cosa per l’altro; lo segue, lo accompagna dappertutto, guardano i film assieme, gli ripara l’antenna di casa (vi prego nessuna allusione sessuale) e in cambio Dalton lo fa lavorare sul set. Gli dà da vivere in tutti i sensi.

In questo sviluppo di trama il tema del “doppio” in psicologia è evidente. Paradossalmente Cliff rappresenta in alcuni momenti ciò che l’attore Rick Dalton non riesce ad essere. L’attore sta vivendo una fase di declino della sua carriera e sarà costretto ad “emigrare” in Italia. Dopo una chiacchierata con un manager (cameo di Al Pacino) entra in crisi perché facendo il cattivo nei film sarà ucciso da tutti e mai ricordato come un eroe. 
Insomma, essere annientato nei film è come essere annientati nella realtà. Il doppio Cliff, simbolicamente per esprimere ed esternare tutta la rabbia e la frustrazione accumulata dal suo amico in un set, prende letteralmente a “mazzate” Bruce Lee, l’attore icona della forza e dell’invincibilità. Il Brad Pitt di C’era una volta a… Hollywood somiglia 20 anni dopo al Brad Pitt di Fight Club, in una versione più divina e al contempo più reale di quella precedente.

Il tema del doppio attraversa tutto il film nel momento in cui gli attori guardano loro stessi sia in TV che al Cinema. Un doppio che si manifesta tra attori in rampa di lancio (Sharon Tate) e attori in declino (Rick Dalton). Una scena fenomenale è quella in cui Sharon Tate (impersonificata da una magnifica Margot Robbie) guarda sé stessa al cinema. Lei è un’attrice, moglie di Polanski, che va al cinema in un primo momento e non viene riconosciuta da chi le fa il biglietto. Dopo essersi presentata, entra in sala e guarda sé stessa al cinema. Per guardarsi ha bisogno degli occhiali, li indossa e guarda, aspetta le reazioni alle sue battute. È felice, sorride, consapevole di far presa sul pubblico divertito dalla sua performance. Oggetto di desiderio che vive in funzione del desiderio dell’altro. Ciò è quello che Lacan chiamerebbe la dinamica del desiderio. L’attrice vive impersonificando ruoli, ma per l’altro è un oggetto di amore, di attenzioni.

Lo sviluppo della trama attraverso il tema del doppio avviene appunto anche attraverso la lotta “politica”. Da un lato ci sono i conservatori, i reazionari, i nuovi ricchi e dall’altro gli Hippie (che in Rosemary’s Baby erano i satanisti) che nel film anziché essere i figli dei fiori e fare l’amore, sembrano i villain dei film Western.
Vanno a cavallo, seviziano anziani e poi vogliono uccidere i porci capitalisti. Simbolicamente all’interno del film rappresentano la pulsione di morte, l’elemento invidioso e aggressivo che uccide; quei cattivi che devono ammazzare Sharon Tate perché rappresenta un’icona di bellezza non tollerabile dalla pulsione di morte, ciò che Winnicot chiamava invidia.

La genialità del regista Tarantino è stata proprio quella di sovvertire i criteri di amore e di odio dei protagonisti per descrivere una tragedia, una strage (la morte reale della moglie di Polanski) trasponendo il piano reale a quello immaginifico e sognante attraverso una visione da LSD di Brad Pitt, che come un Angelo riesce a salvare il suo amico e la sua moglie italiana (si, perché durante il viaggio in Italia, l’attore si trova anche una moglie italiana, interpretata da Lorenza Izzo).

A differenza di alcune pellicole di Quentin Tarantino (ad esempio Le Iene), in cui alla fine muoiono tutti, in C’era una volta a… Hollywood l’idea di Cinema, l’icona di bellezza, la musica e il Cinema, o meglio Hollywood, si salva. A salvare il mondo non saranno gli Hippie e non saranno neanche gli attori, bensì il Cinema, o meglio sarà la capacità “sognante” del regista di elaborare una tragedia. Mi sembra che Tarantino voglia dirci, trasponendolo in termini più psicologici, che è soltanto grazie a quella “reverie” (come direbbe Bion) che la tragedia, la morte, la perdita, può acquisire un significato. La tragedia reale può essere elaborata e superata attraverso il Cinema, attraverso l’arte. Come in stanza di analisi noi psicoterapeuti possiamo aiutare i nostri pazienti a farli sognare.

Il film dura 2 ore e 40 minuti, a tratti ad alcuni potrebbe sembrare anche un po’ auto celebrativo. Tarantino omaggia sia sé stesso che tutti gli spaghetti western (in modo specifico Sergio Leone), dando una sua rivisitazione personale di quel periodo storico. Risultano magnifiche le scene in cui Brad Pitt corre con la sua auto accompagnato da musica in sottofondo, le quali alimentano quella capacità di non vedere il film ma di sognarlo.

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