Martin Scorsese chiarisce di suo pugno la posizione sulla Marvel


Il regista Italo-Americano, ieri, ha deciso di scrivere di suo pugno un saggio, pubblicato sul New York Times, dove chiarisce una volta e per tutte la sua posizione in merito ai film appartenenti ai franchise.

Qui trovate l’articolo integrale tradotto.

Traduzione: Andrea Francesco Berni (alcune parti / badtaste.it) e Redazione di cinefacts.it (alcune parti).
Modifiche e aggiunte: Ernesto Caso / malatidicinema.it

Ho detto che i film Marvel non sono Cinema. Fatemi spiegare.
4 Novembre 2019, di Martin Scorsese, New York Times

Quando ero in Inghilterra agli inizi di Ottobre, ho rilasciato un intervista con Empire Magazine. Mi è stata fatta una domanda sui film Marvel. Ho risposto. Ho detto che ho provato a vederne alcuni e che non sono fatti per me, che mi sembrano più simili a parchi divertimento che ai film che conosco e amo da tutta la vita, e che alla fine non ritengo siano cinema.

La gente sembra impazzita sull’ultima parte della mia risposta, considerandola un insulto, o la prova del mio odio per la Marvel. Se qualcuno vuole proporre le mie parole così, non posso farci nulla.

Molti film appartenenti a franchise cinematografici vengono realizzati da persone di notevole talento e maestria. E si vede sullo schermo. Il fatto che i film in sé non mi interessino è una questione di gusti personali e di carattere. Se fossi più giovane, se fossi cresciuto in questi anni, probabilmente queste pellicole mi avrebbero entusiasmato e forse ne avrei anche voluta fare una. Ma sono cresciuto quando sono cresciuto, e ho sviluppato un senso dei film — di dov’erano e dove potevano essere — lontano dai film Marvel quanto la Terra è lontana da Alpha Centauri.

Per me, per i registi che amo e rispetto, per gli amici che hanno iniziato a fare film nello stesso periodo in cui ho iniziato io, il cinema è una rivelazione — estetica, emotiva e spirituale. È incentrato sui personaggi — la complessità delle persone, la loro natura contraddittoria e a volte paradossale, il modo in cui possono farsi del male o amarsi a vicenda e improvvisamente devono affrontare se stessi.

Si tratta di affrontare l’inaspettato sullo schermo e nella vita che drammatizza e interpreta, ampliando il senso di ciò che è possibile fare a livello artistico. Ed era quella la chiave per noi: era una forma d’arte.

E quella era la chiave per noi: una forma d’arte. E ci furono delle discussioni all’epoca, così decidemmo di difendere il cinema come arte paritaria a letteratura o musica o ballo. E capimmo che l’arte poteva essere trovata in posti diversi e sotto diverse forme — in “Corea in Fiamme” di Sam Fuller e “Persona” di Ingmar Bergman, in “È sempre bel tempo” di Stanley Donen e Gene Kelly e “Scorpio Rising” di Kenneth Anger, in “Questa è la mia vita” di Jean-Luc Godard e “Contratto per uccidere” di Don Siegel.

O nei film di Alfred Hitchcock — Penso si possa dire che Hitchcock era un franchise. O che era il nostro franchise. Tutti i film di Hitchcock erano un evento. Ritrovarsi in un vecchio cinema affollatissimo a vedere “La Finestra sul Cortile” era un’esperienza incredibile: un evento creato dalla chimica tra il pubblico e il film stesso, ed era elettrizzante.

E se vogliamo, anche alcuni film di Hitchcock erano dei parchi di divertimento. Penso a “L’Altro Uomo”, in cui il climax si svolge su una giostra in un parco di divertimento, e “Psycho”, che vidi a mezzanotte del giorno d’uscita, un’esperienza che non dimenticherò mai. Le persone andavano al cinema per farsi sorprendere e non venivano deluse.

Sessanta, settant’anni dopo guardiamo ancora quei film e ne rimaniamo affascinati. Ma li guardiamo per via dei colpi di scena? Non penso. Ci sono scene spettacolari in Intrigo Internazionale, ma non sarebbero che un succedersi di composizioni eleganti e dinamiche senza le dolorose emozioni al centro della storia o l’assoluto senso di smarrimento del personaggio di Cary Grant.

Il finale de “L’altro uomo” è straordinario, ma è l’interazione tra i due personaggi principali e la performance profondamente inquietante di Robert Walker che risuona nel tempo.

Alcuni dicono che i film di Hitchcock erano simili tra di loro, e forse è vero – lo stesso regista se lo chiedeva. Ma i franchise di oggi sono un’altra cosa ancora. Molti degli elementi che definiscono il cinema come lo conosco sono presenti nei film della Marvel. Ciò che manca è la rivelazione, il mistero, o il genuino senso del pericolo. Nulla è veramente a rischio. Questi film vengono fatti per soddisfare un insieme specifico di esigenze, e sono progettati per essere variazioni su un numero finito di temi.

Vengono definiti sequel ma sono remake nello spirito, e tutto in essi viene approvato ufficialmente perché non si può fare altrimenti. È la natura dei franchise moderni: si fanno ricerche di mercato, si testano con il pubblico, vengono esaminati, modificati, ricontrollati e rimodificati finché non sono pronti per essere consumati.

Un altro modo di dirlo sarebbe che sono tutto ciò che i film di Paul Thomas Anderson o Claire Denis o Spike Lee o Ari Aster o Kathryn Bigelow o Wes Anderson non sono.
Quando guardo un film di uno di questi cineasti so che vedrò qualcosa di assolutamente nuovo e che mi porterà a vivere esperienze inaspettate e forse persino inimitabili. Il mio senso di ciò che è possibile nel raccontare storie attraverso immagini e suoni in movimento verrà ampliato.

Vi chiederete quale sia il mio problema. Perché non posso semplicemente lasciar stare i film di supereroi e i franchise? La ragione è semplice. In molti posti nel nostro paese e in giro per il mondo, i franchise sono la scelta principale quando volete andare a vedere qualcosa sul grande schermo. È un momento molto difficile per le sale cinematografiche, e ci sono sempre meno cinema indipendenti. Sono cambiati i paradigmi, lo streaming è diventato il principale distributore di contenuti. Eppure, non conosco un singolo regista che non voglia progettare film per il grande schermo, che vengano proiettati davanti a un pubblico nella sala cinematografica.

Me incluso, nonostante abbia appena completato un film per Netflix. È stato l’unico modo per fare The Irishman come volevo, e sarò sempre grato per questo. Abbiamo una finestra cinematografica, il che è grandioso. Se voglio che il mio film rimanga per più tempo al cinema? Certo. Ma non importa con chi fai il tuo film, rimane il fatto che gli schermi nella maggior parte dei multiplex sono affollati di film franchise.

Ma non importa con chi realizzi il tuo film, il fatto è che gli schermi nella maggior parte dei multisala sono affollati di film in franchising. E se mi dirai che è semplicemente una questione di domanda e offerta e di dare alle persone ciò che vogliono, non sarò d’accordo. È la questione dell’uovo e della gallina.
Se le persone ricevono solo un tipo di cose e vedono all’infinito solo un tipo di cose, ovviamente vorranno ancora e sempre di più quel tipo di cose.

Ma, potresti dire, non possono semplicemente andare a casa e guardare qualsiasi altra cosa vogliano su Netflix, iTunes o Hulu?
Certo: ovunque, tranne che sul grande schermo, dove il regista voleva che venisse visto il suo film.

Negli ultimi 20 anni, come tutti sappiamo, il mondo del Cinema è cambiato su tutti i fronti.
Ma il cambiamento più inquietante è avvenuto di soppiatto e senza che ce ne accorgessimo: la graduale ma costante eliminazione del rischio.
Molti film oggi sono prodotti perfetti, fabbricati per un consumo immediato. Molti di loro sono ben realizzati da un team di individui di talento.
Tuttavia, mancano di qualcosa di essenziale per il Cinema: la visione unificante di un singolo artista. Perché, ovviamente, il singolo artista è il fattore più rischioso di tutti.

Non sto certamente insinuando che i film dovrebbero essere una forma d’arte sovvenzionata, o che lo siano mai stati.
Quando a Hollywood lo Studio System era ancora vivo e vegeto, la tensione tra gli artisti e le persone che gestivano il business era costante e intensa, ma era una tensione produttiva che ci ha dato alcuni dei più grandi film mai realizzati — per dirla come Bob Dylan, i migliori erano “eroici e visionari”.

Oggi questa tensione è scomparsa, e alcuni individui lavorano nel settore con assoluta indifferenza verso la vera questione dell’arte e con un atteggiamento nei confronti della Storia del Cinema che è allo stesso tempo sprezzante e approntato alla creazione di un brand — una combinazione letale. La situazione, purtroppo, è che ora abbiamo due campi separati: c’è l’intrattenimento audiovisivo mondiale e c’è il Cinema. Di tanto in tanto si sovrappongono, ma sta diventando sempre più raro.
E temo che il dominio finanziario dell’uno venga utilizzato per emarginare e persino sminuire l’esistenza dell’altro.

Per chiunque sogni di fare film o stia iniziando a farli, la situazione al momento è brutale e inospitale nei confronti dell’arte. E l’atto di scrivere semplicemente queste parole mi riempie di una terribile tristezza.

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