La grande bellezza (2013): Recensione

La grande bellezza, recensione del film diretto da Paolo Sorrentino con protagonista Toni Servillo. Uscito nelle sale italiane il 21 maggio 2013

VOTO MALATI DI CINEMA 8.5 out of 10 stars (8,5 / 10)

Non ne ha più di tempo da perdere Jep Gambardella (Toni Servillo), dissacrante giornalista sessantacinquenne e scrittore di un solo romanzo di successo – “L’apparato umano” – realizzato da giovane e lasciato lì come sua unica creatura.
Non ne ha più, perché intorno a lui tutto muore: il suo primo amore Elisa, e poi gli amici, le amanti.
Il suo mondo fatuo e inconsistente, da incontrastato re della mondanità romana, improvvisamente si sfalda sotto i colpi del tempo, della vecchiaia incipiente e di un vuoto sempre più incolmabile.
E’ crisi per lui, campano trapiantato nella capitale da quarant’anni, a cui le feste sui terrazzi, i salotti buoni, lo sfarzo della Roma bene appaiono sempre più privi di significato.
E allora, la mattina presto, al rientro a casa, mentre percorre le strade ancora assonnate, non sente più d’essere un re, ma soltanto uno che ha sperperato i suoi talenti nel rincorrere la chimerica e informe “grande bellezza”.
Ciononostante, the show must go on, il personaggio Jep deve continuare ad alimentare il chiacchiericcio, il “bla-bla-bla”. Il clown deve continuare ad esibirsi nel circo tra scimmie, leoni e tigri; e giraffe pronte a scomparire in un numero di magia. Magari scomparendo anche lui, per riapparire lì, su quella scogliera di tanti anni prima, Elisa dinanzi a lui, la camicetta aperta a mostrargli i seni. Perché quella, forse, è stata la vera grande bellezza, il sogno sfiorato, la felicità perduta.
E allora è giusto che accada, che scriva un nuovo romanzo. Per chiudere la parentesi, forse. O per illudersi che tutto possa ricominciare daccapo.

Che bello è questo film! Ritenuto da alcuni barocco e ridondante, eppure, proprio per tale ragione, meraviglioso. Perché, in realtà, è proprio questo suo essere kitsch a colpire nel segno, a rendere la cifra della decadenza.
Non è, infatti, il solo Jep a declinare. Si tratta di un intero mondo di guitti upper class che affonda festosamente. E’ il nulla calato dall’alto a cui non manca nessuno: attricette cocainomani, star decadute, intellettuali frustrati, cardinali in odor di papato.
Sorrentino mischia tutto e tutti, alto e basso, sacro e profano, in una sorta di livellamento verso il vuoto. Lo fa risaltando la forma a discapito della sostanza, lasciando che siano preferite le ricette di cucina alle disquisizioni spirituali, i monologhi auto-celebrativi ai discorsi impegnati.
La sostanza c’è, ma è altrove; affidata a coloro che del jet-set non fanno parte, per scelta o esclusione: l’amorevole domestica sudamericana; Ramona (Sabrina Ferilli), ballerina di night-club segretamente malata; Romano (Carlo Verdone), tenero drammaturgo fallito. Persone – non personaggi – nella cui umanità lo stesso giornalista trova spiragli di conforto.
Su tutto e tutti domina lei, Roma, splendida caput mundi che ogni cosa coagula intorno a sé, opponendo la propria eternità alla vanità degli uomini. E’ lei la sostanza ultima del racconto.

Con La grande bellezza, Paolo Sorrentino realizza un capolavoro dai toni disincantati e crepuscolari.
Lo fa ricorrendo ad un racconto a tratti surreale, privo di una vera e propria trama e affidato al flusso di immagini, in cui la crisi esistenziale di Jep funge da svelamento.
Quello che appare è un mondo privo di valori, in cui persino la santità assume contorni grotteschi. Non è un’illusione ottica del protagonista: è la realtà, il vuoto del post-ideologismo, la dittatura dell’apparire.
Gioca di contrasti, Sorrentino, oppone la bellezza immortale di Roma alla vacua ricercatezza dei salottieri, contrasta i loro pettegolezzi con la sua millenaria narrazione. Usa nei loro confronti un’apparente indulgenza, mentre, in realtà, ne scompone le sovrastrutture, ne mostra l’inconsistenza. Restano le macchiette rivestite di paillettes.
In mezzo, come il Tevere, scorre Jep, ironico e nostalgico Virgilio sublimemente interpretato da Toni Servillo, i cui sferzanti dialoghi-monologhi consentono illuminanti fughe dalla superficialità.

Film da vedere in senso stretto, La grande bellezza, dove la Roma dei monumenti e dei palazzi nobiliari è fotografata magistralmente da Luca Bigazzi, immortalata in inquadrature dalle geometrie perfette, ripresa da eleganti movimenti di macchina che sembrano accarezzarla.
Ma anche film da ascoltare, in cui la coraggiosa e felice mescolanza di musiche sacre e profane rende plasticamente l’ineluttabile tensione tra spiritualità e sensualità della città e di Jep, suo umile testimone.

Del cast italiano all-star che affianca il dominus Servillo – qui troppo lungo da elencare – facciamo solo due nomi: Sabrina Ferilli e Carlo Verdone, talmente piacevoli e misurati nel dar corpo ai loro rispettivi personaggi, da risultare – Servillo a parte – i migliori. Un plauso, in particolare, va all’attrice romana, commovente nel rendere la cifra crepuscolare della sua Ramona: chapeau!
Impreziosiscono la galleria di personaggi, i cammei di Fanny Ardant, di Antonello Venditti e del re dei paparazzi Rino Barillari, quest’ultimo a certificare le ascendenze felliniane del lungometraggio.

In conclusione, La grande bellezza è un film ammaliante, che immerge lo spettatore in un flusso di immagini e suoni dall’inizio alla fine, e che, nel suo scorrere, gli rivela, con l’aiuto di Jep, che la grande bellezza non è poi così grande. Perché, in fondo si tratta soltanto di abbassare il tiro, di fare un po’ più di silenzio e di rispolverare il romanissimo Trilussa, che, con la sua semplice profondità, ci ricorda sempre che “tutto sommato, la felicità è una piccola cosa”.

Assolutamente da vedere.

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