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Ultras (2020): Recensione

Ultras, recensione del film diretto dall’esordiente Francesco Lettieri. Uscito in streaming su Netflix il 9 marzo 2020

VOTO MALATI DI CINEMA 8 out of 10 stars (8 / 10)

E’ tempo di COVID-19, dobbiamo stare a casa, siamo tempestati da video in diretta, storie su tapettini di yoga, challenge improbabili, e soliti tiktok dal gusto trash. Ma ci rimane Netflix. E’ ora disponibile sulla piattaforma Ultras, il film, opera prima, del regista partenopeo Francesco Lettieri.

Lettieri, che gode di ottima fama nel mondo dei videoclip -vedi Calcutta, Motta- e soprattutto Liberato (autore di buona parte della colonna sonora), fa il grande salto nel mare magnum del cinema. Era prevista anche una breve uscita in sala, ma l’emergenza Coronavirus ha chiuso ogni discorso.

Nel cast ci sono Aniello Arena (Reality), e Antonia Truppo, David di Donatello per Indivisibili e Lo chiamavano Jeeg Robot. La produzione è Indigo Film con la collaborazione di Mediaset. La pellicola è figlia di un maxi accordo per la realizzazione di 7 film italiani originali che saranno via via disponibili durante il 2020.

Il film racconta dell’amicizia tra Sandro (Aniello Arena), detto Moicano, storico capo ultras del gruppo Apache (nome di finzione che strizza l’occhio agli storici Fedayn del calcio Napoli), e Angelo (Ciro Nacca), un adolescente che muove i primi passi nel mondo del tifo organizzato. Entrambi i personaggi sono accomunati da un senso di solitudine. Sandro, diffidato con l’obbligo firma ad ogni partita, non se la sente più di fare il capo. Angelo vive solo con la madre e ha un disperato bisogno di una figura paterna. Sandro è per Angelo un pilastro, un faro attraverso il quale orientarsi. Nella cornice di una Napoli flegrea, (il film è girato per gran parte nei campi flegrei, zona a nord ovest di Napoli) lontana dalla strabusata cartolina del Golfo e del Vesuvio, Sandro da una parte cerca di tenere Angelo fuori dai casini, e dall’altra prova a svestirsi dal ruolo del moicano, ripiegando su quello che è davvero: un bagnino delle terme innamorato dell’attraente Terry (Antonia Truppo). Il compito di deporre le armi è però arduo e riflette su Angelo, cui basta un niente, un’incompresione, per finire nei guai.

Potremmo dire che il filo rosso del film sta nel mettere insieme una storia di formazione con una di redenzione. La vitalità di Angelo, adolescente che vuole prendere il mondo a morsi, spinge Sandro a riconoscere la sua debolezza, alla consapevolezza che i tempi sono andati, e che “la vita di spalle al campo” non può continuare. Sì, perché il capo ultras il campo non lo vede mai, la vittoria e la sconfitta non contano, va al di là del risultato. Ma Sandro sa di essere un uomo come tanti, un corpo che vibra di sentimento e pulsioni, che sbaglia e cerca di rialzarsi. Oscilla tra l’essere un romantico cinquantenne e un ultras violento. Quando sembra venirne fuori, la solita vecchia vita, la zuffa del gruppo, ritorna presentando il conto.

E cosi il giovane Angelo fatica a capire ciò che giusto e ciò che è sbagliato. L’unica lezione, forse quella più importante, è la consapevolezza che non si può essere indifferenti al potere delle emozioni. Le quali, spesso, ci fanno fare delle stronzate ma altre volte vengono a salvarci. Ultras non è il ritratto di una tifoseria, un viaggio esplorativo in un mondo esotico, “divulgazione scientifica”, Ultras è una storia d’emozioni, spesso contraddittorie.

In Angelo, in Sandro, c’è una parte di noi. Desiderosi spesso di cambiare le cose ma altrettanto suscettibili di sbagliare nel farlo. Il contesto del tifo organizzato, storicamente ostile alla visibilità, è solo il tessuto ideale, il pretesto, attraverso il quale il racconto si dispiega; per porsi ben presto come paradigmatico. Siamo a Napoli, si parla napoletano, di sicuro la melodia del dialetto aiuta, ma se il setting fosse stato diverso il senso non sarebbe cambiato. Questo aspetto è giusto ribadirlo a difesa di Lettieri, che rischia la solita accusa di infangare Napoli in stile Gomorra. Come già accennato, la città, tranne giusto un’inquadratura dall’alto di un attico, non si vede mai, lo sguardo del regista è inedito. Suggestivi gli scorci naturalistici di Pozzuoli e del suo rione Terra.

È bello, infine, come la fotografia di Gianluca Palma, storico collaboratore di Lettieri, riesca quasi sempre a restituire con grazia le atmosfere malinconiche della storia. La scelta della musica gioca un ruolo strategico, Liberato è al posto giusto nel momento giusto, l’inedito brano uscito col film, dal titolo ‘O core nun tene padrone, commuove allineandosi al senso della pellicola. Notevole è l’intero lavoro sui costumi e la scenografia. Gli striscioni, i murales realizzati ad hoc per il film, persino le grafiche, sposano l’estetica ultras, garantendo hype e un senso d’affascinante coerenza. Vale la pena, inoltre, sottolineare la naturalezza con la quale Aniello Arena e Antonia Truppo muovono i loro personaggi, edificando una tenera simbiosi che tocca il cuore.