Vai alla barra degli strumenti

Sto pensando di finirla qui (2020): Recensione

Sto pensando di finirla qui, recensione del film diretto da Charlie Kaufman, disponibile in streaming su Netflix dal 4 settembre 2020

VOTO MALATI DI CINEMA 8 out of 10 stars (8 / 10)

Sto pensando di finirla qui (titolo originale: I’m Thinking of Ending Things) è un film complesso sia dal punto di vista della ricostruzione della storia in sé che della comprensione simbolica e del significato di ciò che si dice e di ciò che accade. Apparentemente possiamo rintracciare almeno due storie all’interno del film (una di giorno e l’altra di notte) e nel finale una terza.

– La prima è quella di una coppia in crisi che sta facendo un viaggio verso la casa dei genitori di lui. Loro sono dentro l’abitacolo di un’auto e fuori invece una tormenta di neve. Lei sembra dubbiosa di questo viaggio e del voler o meno stare con lui, al contrario lui appare più ottimista. Simbolicamente questo viaggio potrebbe essere la simbolizzazione di un horror dove una coppia si dirige verso qualcosa senza andare da nessuna parte. Lui è Jake (Jesse Plemons), un nerd nevrotico ossessivo che passa da un argomento di fisica a Mussolini senza batter ciglio. Lei inizialmente si chiama Lucy (Jessie Buckley), poi riceve una chiamata da Lucy e quindi verrà ribattezzata con più nomi (Lucia, Luise, Yvonne). A questo punto già si comprende che qualcosa non quadra… un qualcosa che va oltre il flusso di coscienza dei due protagonisti (o meglio del regista…).
L’arrivo a casa dei genitori rappresenta lo spartiacque tra la storia 1 del film e la storia 2.
– La seconda storia all’interno del film è quella in cui la coppia (ma stiamo ancora parlando di una coppia?) giunge in questa casa in cui le incongruenze logiche sono molteplici. All’interno della casa il tempo sembra non essere un tempo, cambiano il colore dei vestiti, cambia l’età dei genitori di Jake, da una scena all’altra lo spettatore si sente spaesato e si inizia a comprendere che non siamo all’interno di un tempo lineare, ma appunto onirico. A questo punto la ricostruzione della storia dell’intero film (quindi una terza storia), può essere letta attraverso la ricostruzione di un vecchio bidello di nome Jake che si ricorda la sua vita, con le sue fragilità, le sue difficoltà, in cui si auto-crocifigge da un lato e dall’altro ha manie di onnipotenza.

Sognare il tempo dell’anima

Da un punto di vista più simbolico Jake è un uomo che non riesce a realizzare i suoi desideri, le sue ambizioni sia in termini relazionali che creativi. Le ambizioni sia culturali che professionali sono mortificate tutte. Insomma questo film rappresenta per il regista l’impossibilità di sviluppare un processo creativo se la capacità di sognare sfocia nel delirio. La riflessione è che il protagonista non si è realizzato proprio perché non capace di sognare il vissuto, ma il vissuto rappresenta il delirio e la frustrazione di ciò che non ha realizzato. È come se il protagonista non riuscisse a cogliere tutti i segreti ed i significati nascosti della sua esistenza, rimando vittima di se stesso… un po’ come lo spettatore che ha la sensazione di avere nascosti ed in bella vista tutti i significati del film. Il messaggio intrinseco del regista è l’impossibilità di sviluppare della creatività (sia in termini artistici che relazionali) se il sognare non avviene. Con il termine sognare intendo quella capacità di dare senso e significato a ciò che si vive. Il film si sviluppa su un piano onirico, ma Jake non è capace di sognare e quindi il fallimento del suo vivere è rappresentato proprio dall’incapacità di sognare che si tramuta in una ricostruzione delirante di ciò che ha vissuto nell’infanzia e delle sue ambizioni non realizzate.

Per concludere, il film nella prima parte, specificatamente nei dialoghi, funziona meglio, invece nella seconda parte risulta anche noioso ed il livello dei dialoghi è meno efficace.
Per riassumere il tutto con una frase: “L’artista è colui che sa sognare ed è capace di sognare la realtà che vive”.