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Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) (1970): Recensione

Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca), recensione del film diretto da Ettore Scola con protagonisti Monica Vitti, Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini. Uscito nelle sale il 30 aprile 1970

VOTO MALATI DI CINEMA 8.5 out of 10 stars (8,5 / 10)

Il 30 aprile del 1970 esce nelle sale italiane Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca), diretto da Ettore Scola.

Presentato in concorso al 23º Festival di Cannes nel maggio del 1970, Dramma della gelosia è, da ormai 50 anni, una delle grandi commedie all’italiana del nostro cinema. L’espressione “commedia all’italiana”, fiorita nei giornali attorno al 1960, si presta a diverse interpretazioni e diverse delimitazioni cronologiche: si indicano quei film comici di consumo, prodotti dalla fine degli anni ’50 (partendo dai Soliti ignoti di Monicelli) fino agli anni ’80, caratterizzati da un‘ironia ed un umorismo dolceamaro e perturbante, il più delle volte critico nei confronti dei valori della piccola borghesia italiana. Essa viene infatti scossa dal “miracolo” economico, dai consumi che aumentano, dal cambio del tenore di vita: televisione, auto ed elettrodomestici diventano beni di consumo di massa, aumentando la creatività e la vitalità, portando allo svecchiamento dello stile di vita che fino ad allora si professava. È in questo determinato momento storico che Ettore Scola gira la pellicola interpretata da Monica Vitti, Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini; per molti non il picco più alto della sua produzione, ma una sensibile e profonda rappresentazione della trasformazione e delle nuove aperture degli italiani. Oltre all’abilità del regista e degli interpreti, è dovere ricordare gli sceneggiatori Age e Scarpelli, fautori della riuscitissima operazione di “trapianto dei germi neorealistici rosa nel filone comico-grottesco”, e la loro capacità di interpretare ed analizzare freddamente la tumultuosa transizione della quale anche loro facevano parte: il passaggio da un’Italia agricola ad un’ Italia potenza industriale.

La struttura del film è particolare: le testimonianze degli interpreti sono disseminate ricostruendo le vicende per lo spettatore, il quale si ritrova ad essere giudice di un processo del quale non conoscerà la causa fino alla fine. Gli interpreti interpellano lo spettatore guardando in macchina, sfondando la quarta parete, dando a lui l’onore di ricostruire le vicende e trarne una risoluzione. È un Rashomon all’italiana, un meno intellettuale e più diretto Jules e Jim di Truffaut. Le vicende partono da Adelaide (Monica Vitti), una bella fioraia pregna di ideali romantici ed aspettative amorose, la quale alla Festa dell’Unità, incontra Oreste (Marcello Mastroianni) affascinante muratore romano, sposato con una donna più anziana di lui, con la quale vive una relazione piatta e portata avanti ormai solo dall’abitudine. I due si innamorano improvvisamente sotto una giostra, avvolti da un’atmosfera fiabesca e sospesa: Adelaide racconta di averlo già visto al Verano e d’essere stata folgorata da un sentire profondo. La passionale relazione nata tra i due, viene sconvolta però, dall’entrata in scena di Nello (Giancarlo Giannini), pizzaiolo toscano amico d’Oreste, conosciuto ad una manifestazione del PCI. Adelaide, che in un film innovativo per composizione formale e temi, rappresenta la donna economicamente indipendente, vitale, passionale e piena di vita, si innamora anche del pizzaiolo, innescando rocambolesche conseguenze. Adelaide non pensa al matrimonio, ai figli o al normale nucleo familiare, ma vuole scegliere di amare chi vuole, come vuole, anche permettendosi due relazioni contemporaneamente.
Mescolata ai sentimenti puri e disarmanti della fragile e tormentata Monica Vitti, la pellicola esplode in modernità, nella voglia del superamento dei tabù e nel totale affrancamento dalla vecchia idea d’amore: «Il mio tormento? Devo uscire da questo bivio amoroso, da queste turbe psichiche. Di che natura è il mio male? Ho avuto un trauma? Sono sotto shock? È un disturbo neurovegetativo? O è perché sono mignotta?».
Sono questi i dilemmi che la fioraia dichiara al suo psicanalista, poco interessato al suo problema: «Debbo parlare dell’infanzia vero?», chiede Adelaide, «Parli dell’infanzia» risponde disinteressato il medico.

I tre passano 7 mesi insieme, amandosi in un modo nuovo, senza cedere nell’umano dramma della gelosia: «Be’ adesso nun me ricordo troppo bene, ma furono giornate indimenticabili. Sette mesi, uno mejo dell’altro. Si amavamo senza confino.» afferma Oreste, rispondendo alla voce fuori campo del giudice. Il ménage à trois, inevitabilmente, ancora prima di iniziare, destinato ad un drammatico epilogo, vede come sua ideale risoluzione una particolare sequenza del film: la riunione dei tre sul Monte Testaccio.
Adelaide si libera ad una confessione senza freni, condotta nella più pura sincerità: racconta di esser andata dallo psicanalista, di aver tentato il suicidio, senza essere giunta a nessuna conclusione: «Ma chi scelgo tra di voi? Chi rinunciare di voi due? È più facile amputarsi un braccio o un arto». La donna elenca i pro e i contro dei due uomini, che quasi inermi davanti a lei, decidono di provare “l’esperimento misto” della notte in albergo.

I due uomini rivolgendosi allo stesso schermo, rispondono al giudice: Nello è il testimone evoluto, guarda alla Svezia e alla Danimarca; Oreste invece “non ci voleva stare a questi quadri svedesi”, incolpa Nello e si tira fuori dalla vicenda. Adelaide sposa Nello, Oreste cade in miseria, conduce una vita da barbone. I due futuri sposini dirigendosi alla chiesa, incontrano Oreste e sono costretti e fermarsi: da questo incontro nasce una violenta rissa, che porterà alla morte di Adelaide per mano di Oreste. Oreste sarà incarcerato, ma liberato per infermità mentale; scontata la condanna, vagherà per la città conducendo conversazioni immaginarie con la sua amata ormai morta. Dramma della gelosia, non è solo un’opera che racconta l’impossibilità di una storia a tre, ma anche quella dell’amore stesso: le aspettative amorose vengono sempre deluse e mai soddisfatte; si tende sempre a cercare altrove quello che non si ha, ma giunti all’altrove si rivorrà tornare indietro. La morale della favola, per quanto totalmente pessimistica, la si ritrova in una dichiarazione di Truffaut per il suo Jules e Jim: “La coppia, non è un sistema soddisfacente, ma non ci sono alternative”.