Il Caso Spotlight (2015): Recensione

Il Caso Spotlight, recensione del film di Thomas McCarthy con Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams e Liev Schreiber

VOTO MALATI DI CINEMA (7 / 10)

Tom McCarthy dirige il film da molto lontano, non vuole invadere il campo d’azione dei personaggi con la macchina da presa, semplicemente li segue da una distanza tale da non sembrare troppo coinvolto dai fatti spinosi raccontati (effetto che deve ricadere quindi sullo spettatore).
Campi medi dominano le scene, affiancati da primi piani nei momenti in cui si vuole sottolineare la reazione di un personaggio e infine diversi dettagli su giornali e documenti per, ovviamente, dare allo spettatore gli elementi giusti per ricostruire il quadro finale.
Anche se dalla trama lo spettatore già si aspetta ciò che andrà vedere, quello che lo lascia col fiato sospeso sono i vari piccoli dettagli che emergono dalla storia “sacerdoti abusano di minori”: da quanto tempo va avanti?, quante sono le vittime coinvolte?, quali età comprendono?, quanti sono i sacerdoti interessati e dove hanno agito? e soprattutto perché è successo tutto ciò e perché è rimasto taciuto?

Questi sono gli aspetti su cui maggiormente si concentra il film, ma non aspettatevi di vedere coraggiosi (perché di fatto lo sono stati) giornalisti come eroi senza macchia. La sceneggiatura pone il punto anche sul fatto che molti nella redazione avevano avuto in mano già da tempo gli elementi per denunciare il fatto, ma erano rimasti in silenzio per un motivo o per l’altro. Ora è il momento di redimersi.

La sceneggiatura originale vincitrice dell’Oscar 2016 è precisa, minuziosa e accurata. È strutturato in modo tale da sembrare esso stesso – il film – un articolo di giornale: quindi molto schematico, razionale, sottoposto alla consequenzialità dei fatti e soprattutto comprovato, sicuro nelle fonti e inattaccabile nella sua verità.Nonostante sia capace di affermare fatti incontrovertibili con un risultato cinematografico assolutamente efficace, si dimostra fin troppo pesante e lento nella narrazione. Poiché si sa già il risultato della trama, non riesce a mantenere alta la tensione nello spettatore, ma riesce a procurare solo qualche sobbalzo (breve ma intenso) di sorpresa.

Notevole attenzione va posta sui dialoghi che reggono con forza il film e muovono gli ingranaggi dell’indagine.

Il vero godimento nella recitazione è Micheal Keaton (Birdman): sembra proprio che, dopo la collaborazione con il regista visionario e pluripremiato di Revenant – Redivivo, il nostro attore 64enne abbia ritrovato un nuovo entusiasmo giovanile che porta nella sua interpretazione una ventata di freschezza. Finalmente “Il fu Batman” ritorna sullo schermo con passione e autenticità.

 

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