Panama Papers (2019): Recensione

Panama Papers, recensione del film di Steven Soderbergh disponibile dal 18 ottobre 2019 sulla piattaforma Netflix

VOTO MALATI DI CINEMA 8 out of 10 stars (8 / 10)

Streep, Oldman, Banderas, Soderbergh.
Avete almeno quattro buoni motivi per vedere Panama Papers.
Steven Soderbergh questa volta decide di portarci dentro i meandri oscuri della finanza, in maniera semplice e variopinta.
Vi ricordate La grande scommessa? Questo film appartiene allo stesso genere.
Definibile, per esigenze formali, FEF (Finanziario-Esplicativo-Figo).

Ammiro molto queste pellicole, perché è impressionante come questi cineasti riescano a spiegare un argomento così vasto e complesso, in maniera così semplice, e sotto tutti i limiti che un film e (ancora di più) una sceneggiatura impone.
Non c’è una vera e propria storia. Ci sono varie storie, tutte collegate allo scandalo dei Panama Papers, che vengono usate come pretesto per permettere a due delle persone che organizzavano tutta la matassa, Jürgen Mossack (Gary Oldman) e Ramón Fonseca (Antonio Banderas), di raccontarci come realizzavano i loro imbrogli. Tutto ciò quasi sempre rompendo la quarta dimensione.
Impostare la narrazione in questa maniera è stata un’idea brillante, poiché si sposa perfettamente con la quantità massiccia di metafore che il film impiega.
Secondo me le gradirete, qualsivoglia sia il vostro temperamento.

La regia di Soderbergh, come al solito, obbedisce ai principi del minimalismo. Lente corta, colori neutri e movimenti di macchina limitati al minimo indispensabile.
Da segnalare che, nonostante questa sia un produzione Netflix, le inquadrature sono inflessibilmente da Cinema, e non da televisore a tubo catodico.
Speriamo Soderbergh faccia capire a qualcuno che i televisori ormai sono 50 pollici, che è possibile fare inquadrature più larghe e che è brutto infilare la cinepresa nelle cavità facciali degli attori senza alcun motivo.

Oltre all’opera in sé, anche la recitazione è originale.
Meryl Streep, che interpreta un’anziana vedova, riesce miracolosamente a soffiare vivacità in un personaggio che altrimenti sarebbe noioso e piatto. Meryl non delude mai, c’è poco da fare.
Per quanto riguarda Gary Oldman e Antonio Banderas (che interpretano una sorta di “duo” della finanza), ho notato parecchia competizione da parte del secondo.
Oldman interpreta un tedesco che ha deciso di recitare con un accento tedesco marcatissimo, a tratti incomprensibile (sembra che il personaggio abbia imparato ieri a parlare inglese), mentre Banderas interpreta un Latino-Americano.
Nelle loro scene è palpabile la competizione di incontro di boxe. A ogni jab di Oldman, Banderas risponde con un gancio, Oldman alza l’asticella, Banderas la spinge ancora più su.
E a dirla tutta… ho notato lo stesso in tutti gli altri attori e le loro magnifiche performance.

Dubito che questa pellicola vi farà riflettere sulle malefatte finanziarie di qualche riccone. Piuttosto, vi farà riflettere su ciò che è dentro il nostro range di controllo, e ciò che non lo è.

In due parole?
Money “is” King

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