Dolemite is my name (2019): Recensione

Dolemite is my name, recensione del film diretto da Craig Brewer con protagonista Eddie Murphy nei panni di Rudy Ray Moore. Disponibile in Italia su Netflix dal 25 ottobre 2019

VOTO MALATI DI CINEMA 8 out of 10 stars (8 / 10)

Eddie Murphy è qui, ed è qui con Dolemite is My Name, un film sulla parte più importante della vita di Rudy Ray Moore e la realizzazione di uno dei Blaxploitation film più importanti:

Dolemite (1975)

La pellicola parla della leggenda Rudy Ray Moore, ormai quasi quarantenne, ma che ancora nutre il suo sogno di diventare famoso intrattenendo le persone. Durante il suo cammino verso lo stardom mette insieme un gruppo di artisti folli, e tutti assieme, dopo i primi successi, si ritroveranno nell’avventura dalle mille difficoltà della realizzazione di Dolemite (1975), film che si rivelerà pietra miliare del Cinema, della cultura Afro-Americana e un enorme successo ai botteghini di quell’anno.

In America gli amanti del grosso Silver Screen prendono sempre poco in considerazione i Blaxploitation movies, cosa che non sorprende considerando che gli stessi artisti Afro-Americani ne parlano di rado… per non dire mai (dire che ai neri non era permesso fare i film “di Hollywood” non equivale a parlare di un bellissimo pezzo di cultura Afro-Americana).
Ho apprezzato il film proprio perché non tratta di razzismo o discriminazione (magari in maniera futile e scontata come quasi sempre accade), ma parla della gente di colore e il loro immenso talento artistico.
E Dolemite is My Name fa un lavoro meraviglioso sotto questo punto di vista.
La sceneggiatura di Scott Alexander e Larry Karaszewski (hanno scritto assieme: The People vs. Larry Flynt, Ed Wood, 1408) è una roccia. Fa ridere, è realistica, e nonostante sia tendente al comico non ridicolizza mai il modo di esprimersi degli Afro-Americani. Curiosità: Sono bianchi.
Personalmente, non essendo Afro-Americano, e usando come metro di paragone i film che ho visto sulla gente di colore in America, credo che sia veramente una rappresentazione realistica.
Siamo negli anni 70 e la mentalità è ancora bianchi con i bianchi e neri con i neri, e ciò risalta nella dialettica ancora molto “stretta” della parlata Afro-Americana, ma non caricata all’inverosimile (come per esempio in Via col vento) e perfettamente calibrata per ogni personaggio.

Sorvolando sulla recitazione, che tratteremo tra un attimo, vorrei soffermarmi su Fotografia, Costumi, Musica e Regia.
La fotografia – Curata da Peter Schitzky (After Earth, La maschera di ferro, Mars Attacks!) – sin dalla prima sequenza vi trasporterà nella Hood Afro-Americana degli anni 70, stesso dicasi per i costumi, curati da Ruth E. Carter (Black Panther, Malcolm X, Selma).
La regia di Craig Brewer (Hustle & Flow – Il colore della musica, The Legend of Tarzan, Black Snake Moan) si rivela una grossa evoluzione da quella di Hustle & Flow del 2005.
Infatti, oltre ad essere sempre adeguata a ciò che accade davanti alla macchina da presa, spinge il pedale dell’acceleratore su un virtuosismo costante e marcato, ma che si rende invisibile quando necessario.
La musica della pellicola non è da meno, tra le composizioni di Scott Bomar (Il grande match, Soul Men, Confessioni di una mente pericolosa), pezzi Jazz, Soul Jazz, Blues e R&B, il viaggio è assicurato.
Per chi di voi aspira a diventare un filmmaker, vi invito ad analizzare come in questa pellicola siano riusciti ad introdurre, sviluppare e portare a termine una quantità enorme di personaggi, in grande dettaglio e in solo due ore di film.

Ora veniamo alle Performance.
Eddie Murphy, che interpreta Rudy Ray Moore, non è mai stato così in forma.
Infatti, nonostante questo film non sia uno studio del personaggio, egli è riuscito ad inserire degli elementi nel personaggio, che, se individuati tra delle punch line immacolate, racconta la sua storia senza guastare il folklorismo della pellicola.
Keegan-Michael Key (Il Re Leone, Toy Story 4, The Disaster Artist), che interpreta Jerry Jones, uno sceneggiatore teatrale piuttosto accademico, è incredibilmente divertente e aggiunge diversificazione in termini di personaggi alla pazza troupe di Rudy Ray Moore. Stesso discorso vale per Wesley Snipes e il suo divertentissimo regista lunatico, che senza un buon motivo continua a pronunciare “Action” con un accento francese.
La bellissima Da’Vine Joy Randolph (La festa prima delle feste, 90 minuti a New York, On Becoming a God in Central Florida) interpreta egregiamente Lady Reed, una donna Californiana portata per lo spettacolo, con problemi familiari, a cui Rudy concede una chance per cambiare vita.
Da segnalare anche Craig Robinson (Mr. Robot, Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia, Get on Up), che migliora di volta in volta, e prima o poi si guadagnerà il posto di Leading Man.

Voglio concludere questa recensione invitandovi a vedere i Blaxploitation movies come Shaft il detective (1971), Foxy Brown (1974), Sweet Sweetback’s Baadasssss Song (1971), Libero di crepare (1972), Blackenstein (1973), Mack – Il marciapiede della violenza (1973), e citando una battuta, in lingua originale, di Dolemite is My Name:

“Look, on vinyl, you can call a guy cocksucker, but you can’t say he sucks a cock”

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