American Son (2019): Recensione

American Son, recensione del film diretto da Kenny Leon con protagonista Kerry Washington. Disponibile su Netflix dal 1 novembre 2019

VOTO MALATI DI CINEMA 7 out of 10 stars (7 / 10)

American Son, adattamento dell’omonima opera di Broadway, cerca di dipingere la situazione razziale in America, sia dei bianchi che dei neri, riuscendo nel suo intento, ma fallendo sotto il punto di vista tecnico dell’adattamento.

Kendra, interpretata da Kerry Washington, si ritrova durante una notte piovosa in una stazione di polizia poiché suo figlio, Jamal, non è tornato a casa.
Si ritroverà ad avere a che fare con Larkin – interpretato da Jeremy Jordan (Rapunzel – La serie, Supergirl, The Last Five Years) – agente novellino e non particolarmente intelligente, e il cazzuto e retrogrado Tenente John Stokes, interpretato da Eugene Lee (al suo secondo film, ma che vanta decine di crediti da Leading Man in opere teatrali Broadway e Off Broadway).
Kendra, oltre a confrontarsi con i due uomini in divisa, avrà moltissimo da discutere – la maggior parte del film – con il padre di suo figlio, Scott Connor, interpretato da Steven Pasquale (L’arte del dubbio, Bloodline, The Good Wife).

L’arco temporale della storia, e quella del film, coincidono in 90 minuti.
Sembra veramente di assistere a uno spettacolo teatrale che ha – ahimè – luogo sullo schermo dinanzi ai nostri occhi.
Durante quest’ora e mezza Kerry Washington, come al solito, è di fuoco.
Una performance brillante, mantenuta a livelli altissimi durante tutto il film, come un martello pneumatico, senza mai rallentare.
Steven Pasquale e Jeremy Jordan svolgono un lavoro ottimo, ma purtroppo (e fortunatamente) oscurato dalla spaziale K. Washington.
L’unico che riesce a tenerla testa è Eugene Lee, con una prova di recitazione dura e curda, che riuscirà a mettere in questione, in modo convincente, tutto ciò che decanterà il personaggio della Washington.

Kenny Leon (regista teatrale, e vincitore del Tony per A Raisin in the Sun) svolge un ottimo lavoro in termini di direzione, e un po’ meno in termini di inquadrature e movimenti di macchina.
Diciamo che sta facendo ancora amicizia con la cinepresa…
Christopher Demos-Brown, sceneggiatore sia dell’opera teatrale che del film, ha concepito una storia e un contesto banali, ma elaborati in chiave originale, una sorta di “Cosa succede se mettiamo tutte queste disgrazie nella stessa stanza?”.
Ritmo incalzante, personaggi e dialoghi molto solidi, ma il problema non è nella tecnica, bensì nel concept del film.
Personalmente adoro quando un’opera teatrale è portata quasi inalterata sullo schermo, perché è recitazione, sceneggiatura e regia allo stato puro. Nient’altro.
Ma capisco che un film è cosa ben diversa da un’opera teatrale.

Pensate a Barriere (2016), scene lunghissime e quasi sempre nella stessa location.
Ma c’erano location diverse all’interno della stessa location, e molte volte il luogo cambiava durante una stessa scena, dandoci quella sensazione del mondo circostante che tanto ci piace del Cinema.
Ecco, questo film fallisce proprio in questo.
Il contesto ambientale non è convincente, nemmeno un po’, e se a questo uniamo una fotografia mediocre – di Kramer Morgenthau (Creed II, Terminator Genisys, Thor: The Dark World) – otteniamo una pellicola che visivamente non è per nulla coinvolgente.

Per gli amanti della recitazione e della sceneggiatura, e più in generale del teatro, questo è pane per i vostri denti. Per gli altri… potreste trovarlo tedioso.
Anche se, ad essere sinceri… Io consiglierei di vederlo anche solo perché c’è Kerry Washington.

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