Le Mans ’66 – La grande sfida (2019): Recensione

Le Mans ’66 – La grande sfida, recensione del film diretto da James Mangold con protagonisti Christian Bale e Matt Damon. Uscito nelle sale italiane il 14 novembre 2019

VOTO MALATI DI CINEMA 8 out of 10 stars (8 / 10)

Ford contro Ferrari.
Ford contro Ford.
O meglio ancora: Arte contro Marketing.
Le Mans ’66 – La grande sfida ci porta sul Circuit de la Sarthe, raccontandoci la storia di una delle sfide automobilistiche più grandi tutti i tempi.

Siamo negli ’60. La Ford non è sexy. La Ferrari è sexy.
E James Bond guida un’Aston Martin perché è un degenerato (secondo Henry Ford).
La Ford, in luogo di ciò, e sotto pressioni del team di marketing, decidono di lanciarsi nel mondo delle corse automobilistiche per spingere le vendite.
Ma la Ford ha sempre evitato di invischiarsi nel mondo delle corse, non ha esperienza.
E come fare ad accumulare un’esperienza decennale in poco tempo? Semplice:
Compriamo tutta la Ferrari, che è in crisi, e nonostante ciò ha vinto le ultime quattro edizioni della 24 Ore di Le Mans, e uniamo la squadra corse.
Allora vanno da Enzo Ferrari (AKA “Il Drake”), interpretato da Remo Girone, e gli fanno una proposta.
Appena “Il Vecchio” scopre che non avrà piena libertà riguardo la squadra corse, non solo rifiuta la proposta, ma insulta pesantemente Henry Ford II – interpretato da Tracy Letts (La grande scommessa, Lady Bird, The Post) – all’epoca a capo della Ford Motor Company.
Ford non la prende bene, e dichiara guerra alla Ferrari.
E qui entreranno in gioco il costruttore ed ex pilota vincitore della 24 Ore di Le Mans Carrol Shelby (interpretato da Matt Damon), e Ken Miles (interpretato da Christian Bale), un veterano di guerra e formidabile pilota, ma soprattutto persona molto poco diplomatica.
Ai due sarà affidato il compito di costruire la macchina che farà il mazzo alla Ferrari.

Parto subito col dire che l’opera secondo me è molto valida. Tranne che per i personaggi, e l’accento Texano di Matt Damon.
Mettere un attore del calibro di Bale a interpretare un personaggio che non è particolarmente drammatizzato, è come andare in bici per casa (cosa che abbiamo visto con Robert De Niro e il suo Frank Sheeran in The Irishman).
Anche se comunque il personaggio di Bale è interpretato in maniera molto divertente (un paio di momenti sono assolutamente epici) e interessante.
Invece lo Shelby di Matt Damon?
Lo ha interpretato in modo molto effettivo; Matt Damon ormai è la prima scelta quando serve un attore che rappresenti il “The All American” – Patriottico, cappello da Cowboy e amante degli 8 cilindri Statunitensi.
Ma l’accento Texano che ha sviluppato è terribile. Non ci ho creduto neanche per un secondo (il doppiaggio in Italiano, di Simone D’Andrea (Colin Farrell, Channing Tatum, Cilian Murphy), invece è molto buono).
Per quanto riguarda le performance di Jon Bernthal (The Wolf of Wall Street, The Punisher, Fury), Caitriona Balfe (Money Monster – L’altra faccia del denaro, Escape Plan – Fuga dall’inferno), Josh Lucas (The Silent Man, J. Edgar, The Lincoln Lawyer), Tracy Letts e il nostro Remo Girone; li ho trovati largamente più caratterizzati dei personaggi principali di Damon e Bale, oserei quasi dire che sono loro le vere stelle della pellicola.

È bellissimo vedere una pellicola che prende il marketing per le corna.
Infatti, come detto all’inizio, uno dei temi cardine di questa pellicola è proprio il conflitto tra marketing e Arte.
Il marketing, però, questa volta ha un volto (anzi due, quello di Bernthal e di Lucas) e un precisa motivazione – stupidità – dietro, ma la cosa più divertente è un’altra.
Nonostante possa sembrare una estremizzazione del modus operandi del marketing, purtroppo è veramente così.
Vedrete come le politiche di marketing tratteranno in modo disumano, e avranno la meglio, su un veterano di guerra e pilota impeccabile. Ma poi falliranno miseramente.
Perché noi non siamo numeri. L’indole umana è artistica, non burocratica, e nemmeno troppo razionale.
Se l’indole umana fossero queste cagate, la Cappella Sistina sarebbe un cubo di merda senza l’opera pittorica più grande che l’essere umano abbia mai concepito e compiuto.

La Regia di James Mangold (Logan – The Wolverine, Quando l’amore brucia l’anima,Ragazze interrotte) è di grande qualità come ci ha abituati; una masterclass di movimenti di macchina e struttura di sequenze.
Molto interessante la scelta di raccontare la storia in ordine temporale.
La Cinematografia, curata da Phedon Papamichael (Downsizing – Vivere alla grande, Il cacciatore e la regina di ghiaccio, Monuments Man), è molto fedele a quello che è la meravigliosa branchia della fotografia automobilistica; il rosso saturo della Ferrari 330 P3 vi farà impazzire.
Inoltre, parlando di questa pellicola, è importante soffermarsi sugli effetti speciali.
La CGI è ridotta all’osso, cosa fantastica quando si tratta di testacoda e incidenti spettacolari.
L’unica cosa, che si nota essere palesemente falsa è quando Bale guida; si vede da un chilometro che è una farsa.
La colonna sonora, curata da Marco Beltrami (Io, Robot, World War Z, Segnali dal futuro) e Buck Sanders (The Hurt Locker, A Quiet Place – Un posto tranquillo, Io, Robot), vi farà immergere nel circuito di corse automobilistiche dei frizzanti anni ’60.
Eccezionale è la componente tecnica più difficile in un period movie come questo: il production design.
François Audouy (The Greatest Showman, Alpha – Un’amicizia forte come la vita, Logan – The Wolverine) svolge un lavoro a dir poco eccezionale. Ogni singola location è incredibilmente realistica e dettagliata, ma soprattutto bella.
Spero vivamente riceva una candidatura per gli Oscar.

In conclusione, veramente un film da non perdere.
Purtroppo le pellicole a tema auto sono sempre più rare, e spero che questa, con un astronomico budget di 100 milioni, e probabilmente altrettanti di promozione, sia un successo.
Magari ne vedremo qualcuna in più.

VROOOOM!

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