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Il mostro di St. Pauli (2019): Recensione

Il mostro di St. Pauli (Der Goldene Handschuh), recensione del film diretto da Fatih Akin. Uscito nelle sale italiane il 29 agosto 2019

VOTO MALATI DI CINEMA 7 out of 10 stars (7 / 10)

Il mostro di St. Pauli narra della vera storia del serial killer Fritz Honka, un uomo ossessionato dall’alcool e dalle donne, che intorno agli ‘70 uccise quattro prostitute. Significativo, a tal proposito, è la casa del protagonista: una topaia piena di “bottiglie” e di foto di donne nude. Lo squallore e la desolazione della casa del protagonista fa riflettere sul “mondo interno” di Fritz, totalizzato appunto dall’alcool e dalla ricerca di donne con cui avere rapporti sessuali.

Anche il mondo “esterno” del protagonista è altrettanto squallido. Il posto più frequentato è un locale dal nome “Il guanto giallo”, ritrovo malfamato di vecchi ubriaconi e prostitute. In questo locale l’assassino adescava le sue vittime, offrendo loro da bere, le portava a casa violentandole e picchiandole fino ad ammazzarle. Dopo aver fatto questo le nascondeva in un uno stanzino del suo desolante alloggio. Per cercare di combattere l’orribile odore dei corpi in putrefazione usava una quantità di deodoranti, ma la puzza ed il fetore rimanevano.
Il regista Fatih Akin si sofferma molto sugli scatti violenti del protagonista, descrivendo fenomenologicamente la narrazione senza però conferire uno “spessore” (per quanto lo si possa dare) psicologico al protagonista.
All’interno di questo quadro narrativo e personologico di desolazione e squallore compare l’ideale. Il sogno da raggiungere che non potrà mai essere raggiunto. Fondamentalmente l’unica concessione ai sentimenti del protagonista è data per questa attrazione adolescenziale (e in termini più psicologici “oggettuale”) per questa ragazza, per questa bellezza femminile, una specie di sogno magico irraggiungibile che si contrappone alla sua misera quotidianità ed alle sue deviazioni psichiche. Per il resto il personaggio è incapace di provare qualunque emozione.

Osservandolo, dal punto di vista psicologico, è un personaggio che fa vittime ma è vittima di se stesso. È dipendente dall’alcool. Il bere è l’unica cosa che gli permette di “esprimere” e “sfogare” quella rabbia, quella violenza, quella pulsione di morte che ritorce per tutte quelle donne che si allontanano dall’ideale di purezza e bellezza di quella ragazza, ma che in realtà si avvicinano maggiormente alla propria bruttezza e desolazione. Fritz sfoga la pulsione di morte contro di loro proprio perché portatrici della stessa “bruttezza”. A tal riguardo risulta apprezzabile lo sforzo sia del regista che dell’attore di rendere visivamente la propria bruttura. L’attore ha dovuto fare una vera e propria opera di restyling.

Perché la dipendenza? Da un punto di vista narrativo e superficiale il protagonista ha queste due dipendenze: alcool e donne. Se andiamo un po’ più in profondità (cosa che il regista omette intenzionalmente) vediamo quanto nel personaggio così dipendente dall’alcool e dall’ideale di donna da raggiungere, la sua evoluzione consista essenzialmente nel mettere in moto degli eventi per affermare forza e indipendenza che però in realtà lo rendono schiavo e vittima di se stesso. Mi dispiace che il regista non abbia approfondito in questa direzione la psicologia del protagonista, ma si sia fermato soltanto sul piano “fenomenologico” e “descrittivo” senza dare consistenza. Mi è venuto in mente di ben altro spessore La casa di Jack di Lars Von Trier in cui il protagonista ha una caratterizzazione psicologica totalmente assente in Fritz.
Quello che emerge dal film, ad un livello più filosofico, non è solo la descrizione di un serial killer, e quindi di una figura problematica, ma il quadro di una comunità ai margini della società, priva di regole e in cui la pulsione vitale non può essere vissuta ma soltanto fantasticata come una fuga evasiva dalla realtà. Un gruppo di persone che potrei definire “ecomostri” sia dentro che fuori, che disprezzano ogni cosa e che attendono la morte come unica forma di salvezza, come una liberazione dal nulla e dalla desolazione. Come capita alle vittime del protagonista, che dopo essere state picchiate e violentate non provano nemmeno a scappare.

Il messaggio del regista è la non possibilità di uscire da questo mondo infernale. Non c’è alcuna possibilità di rivalsa e di riabilitazione, ma tutto marcisce. Come marciscono i cadaveri nell’appartamento di Honka. Solo le fiamme dell’inferno sono risolutrici.
Il film ha delle carenze e delle imperfezioni, ma nel complesso tocca un tema complesso che è quanto la dipendenza possa condurre all’autodistruzione.