The American (2010): Recensione

The American, recensione del film diretto da Anton Corbijn con protagonista George Clooney. Uscito nelle sale italiane il 10 settembre 2010

VOTO MALATI DI CINEMA 6 out of 10 stars (6 / 10)

In crisi dopo aver perso la compagna in un agguato tra le nevi svedesi, Jack (George Clooney), killer professionista, decide di ritirarsi dalla sua attività.
Il suo capo, Pavel (Johan Leysen), accetta di liberarlo a condizione che compia un’ultima missione: costruire un’arma micidiale da consegnare all’algida Mathilde (Thekla Reuten).
Per far ciò, Jack si rifugia in un paesino tra le montagne abruzzesi, dove, sotto le mentite spoglie di fotografo, stringe amicizia con Padre Benedetto (Paolo Bonacelli), sacerdote del borgo, e conquista la bella prostituta Clara (Violante Placido).
Con quest’ultima deciderà di ricostruirsi una nuova vita.
Il passato, però, farà fatica a cedere il passo al futuro.

Tratto dal libro A very private gentleman di Martin Booth, The American racconta silenziosamente della solitudine e del dolore interiore.
Una luce crepuscolare illumina Jack e lo accompagna lungo il suo incerto percorso di redenzione; redenzione ostacolata dai fantasmi del passato che prendono la forma di incubi, sensi di colpa e sicari in carne e ossa. Perché c’è sempre un conto da pagare e non basta un semplice voltar pagina, un cancellar tutto e ricominciare daccapo: quel che si è stati, quel che si è fatto lasciano sempre una ferita, un segno, una cicatrice indelebile.
Lo sa bene Jack, malinconico uomo di mezz’età in cerca di pace. Lo sa che, in fondo, non sarà mai libero dal vecchio Jack.
Ma quella pace agognata che ora prende la forma di un nuovo amore è l’attimo fuggente, il sole nella tempesta, il palpito del cuore. E’ tutto ciò per cui vale la pena di vivere.
E allora, caro Jack, non ti resta che lottare e, fors’anche illudendoti, azzardare il passo verso la felicità.

Per raccontare The American, Anton Corbijn ricorre alla struttura del thriller esistenziale con venature romantiche…O si tratta di un film romantico con venature thriller?
E’ proprio in questo dubbio definitorio che risiede il nucleo difettoso dell’opera, incerta nei toni da assumere a causa di una regia latitante e di una sceneggiatura troppo scarna.
Se, infatti, le poche scene action mancano della giusta tensione, anche il plot romantico – che, alle strette, sarebbe quello preponderante – difetta di un’adeguata presentazione e del giusto scavo introspettivo, impedendo al personaggio Jack ogni forma di empatia con lo spettatore.
Né in ciò aiutano il ritmo fiacco, i dialoghi sotto il minimo sindacale, alcune ellissi di troppo e i personaggi di contorno disegnati in maniera approssimativa; perché se, da una parte, la Placido offre belle forme e nulla più, dall’altra, il sacerdote interpretato dal mostro sacro Bonacelli risulta pedante e poco funzionale al racconto. Si salva, invece, la Reuten nei panni dell’affascinante e misteriosa Mathilde, mentre non giudicabile per scarso minutaggio è Filippo Timi col suo meccanico Fabio.
Inopportuni, altresì, alcuni “guizzi” oleografici goffamente volti a trasporre nell’oggi un’Italia e un Abruzzo del passato (il trattore parcheggiato nella piazza centrale del paese e il pastore ottocentesco che segue la processione con una pecorella sulle spalle, per favore no!).

Eppure il film non delude del tutto; perché, se dei tanti difetti si è appena detto, bisogna anche parlare degli innegabili pregi.
The American, infatti, recupera sotto l’aspetto puramente visivo, grazie alla bella fotografia di Martin Ruhe, abile nell’illuminare le strade notturne del borgo e nel cogliere nei campi lunghi la straordinarietà del paesaggio abruzzese.
E non è cosa di poco conto, perché Corbijn – che nella vita, oltreché regista, è anche fotografo – pare voler affidare molto del film all’immagine pura, al potere suggestivo delle ambientazioni.
In ciò consiste senz’altro la forza del racconto; forza che, probabilmente, non basta a renderlo quel che si dice “un bel film”, ma che quantomeno lo sostiene compensando in parte le già illustrate lacune e impedendogli di non funzionare affatto.

In definitiva, The American lascia l’amaro in bocca per la netta sensazione d’essere stato la classica occasione sprecata.
Nessuno, infatti, può dissuaderci dal credere che, con una direzione e una scrittura meno fredde, si sarebbe potuta realizzare un’opera di ben altro spessore.
Incolpevole Clooney che, pur non al suo massimo, tenta di tenere botta non trovando grande supporto.
Nota di merito, invece, per la scelta come location dell’Abruzzo post-terremoto 2009; Abruzzo cinematograficamente ideale per varietà e bellezza di paesaggio e per vicinanza chilometrica all’industria italiana del cinema, ma – salvo rare eccezioni – inspiegabilmente ignorato.
Mezzo voto in più per le sue meraviglie.

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