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Suspiria (2018): Recensione

Suspiria, recensione del film diretto da Luca Guadagnino, basato sul capolavoro di Dario Argento. Uscito nelle sale italiane il 1 gennaio 2019

VOTO MALATI DI CINEMA 7 out of 10 stars (7 / 10)

In una fredda Berlino anni ’70 chiamata a fare i conti col terrorismo, Susie Bannion (Dakota Johnson), giovane ballerina americana, giunge nell’accademia di danza diretta dalla misteriosa Madre Markos. Lì incontra Madame Blanc (Tilda Swinton), severa istruttrice col cui aiuto diventa la più brava di tutte. A poco a poco, però, scopre che quella scuola è tenuta dalle streghe e che lei stessa è destinata a ben altro che passi e figure.

Difficile dire quanto di intelligente e di furbo ci sia in questo (apparente) remake dell’omonimo film diretto nel 1977 da Dario Argento e ormai assurto a vero e proprio cult del thriller-horror internazionale.
Perché, se è innegabile che (anche) di furbizia commerciale si tratti – non foss’altro per il richiamo al botteghino esercitato dal titolo in sé sugli innumerevoli amanti dell’originale –, è altrettanto vero che, a visione finita, ci si rende conto dell’intelligenza e del pizzico di astuzia usati ad arte da Guadagnino, il quale, evitando di girare un rifacimento in senso stretto, si tiene (almeno in parte) al riparo dai paragoni con la pellicola argentiana e dalle accuse di velleitarismo già annunciate dagli immancabili soloni ancor prima dell’uscita in sala.
Il raffinato autore palermitano, infatti, propone qui una rilettura sui generis molto lontana dal suo leggendario predecessore, lasciando di quest’ultimo la sola intelaiatura: l’accademia, la danza, le streghe. Per il resto, davvero non v’è altro. Perché, lungi dal voler far paura (motivo per cui il film non è piaciuto ad Argento), questo nuovo Suspiria – per ammissione dello stesso Guadagnino – piuttosto che argentiano si prefigge d’essere fassbinderiano, al punto che la giovane ed ingenua Susie, diventando donna attraverso la lotta, il sacrificio e il dolore, finisce per assomigliare maledettamente alle eroine raccontate dal geniale ed indimenticato regista tedesco.
Suspiria 2018, dunque, pur non rifuggendo dall’horror, è piuttosto un racconto sull’universo femminile, femminista a sprazzi, intimamente materno, intriso di rimandi psicanalitici catalizzati dalla figura del dottor Klemperer (significativamente interpretato dalla stessa, trasfiguratissima, Swinton), anziano psicologo tormentato dai sensi di colpa per una moglie uccisa dai nazisti.
Ma v’è di più, perché questo Suspiria riflette e si focalizza anche sul significato profondo e ancestrale della danza come sprigionamento di energia, rituale di maturazione, connessione col sé più intimo. E’ tuttavia il suo essere suggestione collettiva ad interessare maggiormente Guadagnino, dal momento che da questo elemento egli trae spunto per riconnettersi alle più tragiche suggestioni della Storia (qui il terrorismo e il nazismo), capaci, a loro volta, di sprigionare forze violente e irrazionali: è il suo modo di metterci in guardia dagli odierni populismi?

Come sempre accade nei lungometraggi del regista siciliano, colpiscono piacevolmente gli elementi visivi e musicali, dalle scenografie di Inbal Winberg alla fotografia dai toni freddi di Sayombhu Mukdeeprom, dall’uso elegantemente dinamico della camera ai rimandi di videoarte, per finire con le musiche scritte da Thom Yorke, leader dei Radiohead.
Lega il tutto, il montaggio magistrale di Walter Fasano, che qui tocca la vetta nella sequenza del ballo di Susie in un tragico sincrono col massacro della ribelle Olga.
E nonostante ciò, nonostante la sensualità della Johnson e la classe assoluta della Swinton, il film, seppur nel complesso interessante, risulta a tratti confuso e in parte rovinato da un sottofinale splatter e grottesco di difficile digeribilità.
Si ha la sensazione che Guadagnino abbia bruciato una parte della tanta carne messa al fuoco.
Un eccesso di ambizione? Può essere. Ma è il rischio di chi vola alto; e Guadagnino sa volare perché sa far bene il suo mestiere. Prova ne sia il meraviglioso Chiamami col tuo nome (2017) che lo ha consacrato ad autore di livello internazionale. Suspiria certamente non ne raggiunge l’alto livello, ma resta pur sempre un film interessante.
In definitiva, questo non-remake rappresenta un’opera difficile da valutare sia per i molteplici piani di lettura offerti, sia per la tentazione di paragonarlo al capolavoro di Argento, che di certo dividerà il pubblico.
E invece, il suggerimento è quello di immergersi nella sua visione dimenticandosi di ogni precedente. Ne guadagneranno senz’altro la purezza dello sguardo e la serenità di valutazione di una pellicola che, seppur tra qualche difetto, è da considerarsi comunque coinvolgente e, tutto sommato, importante.

Affascinante