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Il sorpasso (1962): Recensione

Il sorpasso, recensione del film diretto da Dino Risi con protagonisti Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant. Uscito nelle sale il 5 dicembre 1962

VOTO MALATI DI CINEMA 8.5 out of 10 stars (8,5 / 10)

Un aitante Bruno Cortona, Vittorio Gassman, a bordo della sua rombante Lancia Aurelia, è alla ricerca di sigarette e telefono in una Roma deserta e silenziosa. Si imbatte in un giurista in erba, Roberto Mariani, un giovanissimo Jean-Louis Trintignant, rimasto in casa per studiare. Bruno, a cui piace ridicolizzare ogni mito sociale, trascina via dai libri l’impacciato Roberto, dando battuta d’inizio al “Sorpasso”.
E allora, galeotto fu il telefono e chi lo offrì, perché proprio qui iniziano le scene di uno dei capolavori assoluti della Commedia Italiana.

Firmato Dino Risi, un vero e proprio road movie si svolge sullo sfondo di un’assolata ed evasiva Via Aurelia.
Durante l’iniziale ricerca di un ristorante, interrotta senza troppa difficoltà dall’inseguimento di due “tedeschine”, i due protagonisti si lasciano cullare dai sentimenti di un’Italia alle prese con il boom economico. Nell’itinerario mai stabilito, li vediamo immergersi in un’Italia vacanziera caratterizzata da soste all’autogrill, feste in campagna e in spiaggia. I due si imbattono negli incontri più disparati: preti, commendatori, donne annoiate, ragazze intraprendenti, tutti personaggi che per l’affascinante cialtrone, sembrano essere ordinari. Fondamentale l’utilizzo della musica, che rende ancor più reale l’atmosfera, i motivetti spensierati tipici di quegli anni, il risuonare del jukebox, i fischiettii dei passanti. E ancora, il sempre presente chiacchiericcio di Bruno in sottofondo, i pensieri di Roberto che risuonano dall’alto e il clacson della macchina, suono distintivo del film, che preannuncia sempre l’arrivo dei due viaggiatori.

Ma il viaggio avviene nel tempo, due giorni circa, su strada e specularmente, nei personaggi.
Nel sedile del passeggero siedono salde dinamiche comportamentali, classici schemi di un borghese lavoratore, nel posto del guidatore un connubio pericoloso di infantilismo e superficialità, che avrà la meglio.
Roberto cerca più volte di liberarsi dalla presa dell’incosciente avventuriero, ma rimane sempre più attratto dalla spensieratezza che emana Bruno, dal fascino di chi trova soluzione nel correre più veloce degli altri, sorpassandoli. Rimane spaventato e insofferente a chi rivolterà completamente gli schemi della sua famiglia, istantanee che Roberto ha impiegato una vita a costruire e Bruno un pomeriggio a distruggere. Si troverà a fare da comparsa nell’instabile famiglia di Cortona e da testimone della sua sofferta ed ignorata paternità, di cui emblematica è la sfida con l’attempato fidanzato della figlia.

Un braccio di ferro tra perdita di dignità e il fare spettacolo quello di Bruno, ma a Roberto comincia a piacere questo suo Maestro Miyagi, che sembra accompagnarlo in un percorso di iniziazione alla vita. Ma proprio quando, inconsapevolmente, decide di cambiarla, la perderà. Ed è con una lugubre allegria che Risi, accompagna lo spettatore all’epilogo che spetta a chi imbocca la strada sbagliata, quasi come fosse una punizione divina, di cui Bruno è testimone.
Un film che urla innovazione, che senza mandarle a dire, critica la nuova Italia, superficiale e noncurante di ciò che è stato.
La storia di sogni infranti in cima ad una scogliera, per colpa un guidatore troppo veloce.