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Confessions (2010): Recensione

Confessions, recensione del film diretto da Tetsuya Nakashima tratto dall’opera narrativa di Kanae Minato. Uscito nelle sale giapponesi il 5 giugno 2010

VOTO MALATI DI CINEMA 8.5 out of 10 stars (8,5 / 10)

Confessions di Tetsuya Nakashima non è un film semplice. Sebbene sia mascherato da Revenge movie, è invece un film che parla di odio e di rabbia, che spingono ad impensabili e terribili ritorsioni; parla di abissi, di angoscia irrequieta nei quali si viene gettati o ci si getta in assenza di sentimenti ed empatia che sono indispensabili per la sopravvivenza, soprattutto per dei ragazzini, i veri protagonisti del film.
Lentamente, con il dipanamento di una struttura polifonica, (che ricorda il capolavoro di Akira Kurosawa, Rashomon) emerge un racconto esemplare del Male che nasce dall’assenza del Bene.

Siamo a marzo, al termine del primo trimestre dell’anno scolastico e la professoressa Moriguchi, (interpretata dalla cantante nipponica Takako Matsu) che ha perso sua figlia di quattro anni, annuncia che sta per lasciare l’insegnamento. In una lunga confessione davanti a tutta la classe, racconta la sua versione dei fatti, secondo cui la figlia sarebbe stata uccisa da due studenti, a cui la professoressa decide di rovinare la vita attraverso una vendetta tanto gelida quanto crudele.
La figura di Moriguchi è devastante, da sola tiene in mano le redini del gioco e l’andamento del film, depistandoci in maniera beffarda in più occasioni, come ad esempio nell’individuazione “rapida” dei due studenti, precedentemente chiamati Studente A e Studente B, qui ha inizio il processo vendicatorio, che, chiamerà a sé altre vendette e, inevitabilmente, altro sangue (come accade nella maggior parte di revenge movies: Old Boy, Kill Bill), lei però non sporca le sue mani di sangue, la sua vendetta è molto più subdola e crudele, poiché lavora sulla psiche dei suoi studenti, non solo Studente A e B, ma di tutti gli altri che finiranno per autodistruggersi.
Pur realizzando che ciò che si consuma sotto i nostri occhi è profondamente sbagliato, fino all’ultimo istante ci viene impedito di prendere una posizione netta.
Il film non è altro che una spirale, vi è un ossessivo e lento scavo nella psiche dei personaggi e della società giapponese stessa. I fatti, nella loro terribile crudezza, sono tutti o quasi tutti, esplicitati dei primi quarantacinque minuti (confessione di Moriguchi). Proprio dopo questi minuti, partono i titoli di testa, il ritmo narrativo del film si mantiene molto alto e i 106 minuti del film passano davvero velocemente. Il resto del film procede per dei blocchi narrativi formati dalle confessioni degli studenti, si compone, così, una sorta di viaggio all’interno delle radici del male e della violenza. È un film cupo che ben poco lascia alla speranza, e rispetto ai lavori precedenti del regista, qui viene mostrata molta violenza fisica.

Siamo all’interno di una scuola giapponese e come ci hanno insegnato anni e anni di visioni animate (manga e/o anime) è proprio questo il luogo dove osservare al meglio dinamiche sociali e lo sviluppo degli adolescenti. Ma sbagliato sarebbe limitare la portata dei temi di cui parla il film solo nell’ambito scolastico, uno dei meriti del film è, infatti, quello di riuscire ad andare fino in profondità, di analizzare provenienza e origine di fenomeni come il bullismo e quello giapponese dell’Hikkomori (termine per indicare coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale).
Non c’è un briciolo di salvezza nel film, sono tutti in maniera maggiore o minore, portatori di una parte oscura dentro la loro indole; non esiste purezza, forse solo la figlia di Moriguchi lo è, proprio per questo diventa l’elemento sacrificale, tutti gli altri, invece, sono portatori di una malvagità che sembra una parte essenziale del nostro essere umani, e quindi, in questo contesto che allora l’adolescenza, viene mostrata in tutta la sua pesantezza.

Bisogna anche citare, indubbiamente, il particolare stile del regista nipponico, il film, infatti, è caratterizzato da molti stili, angolature e filtri diversi, sono molto frequenti immagini del cielo in time-lapse e scene in slow motion.
Infine, ad accompagnare le scene del film, vi è una colonna sonora che ha un ruolo molto importante. Le musiche ipnotiche si fondono, infatti, col racconto dell’insegnante, ma particolarmente azzeccata è la scelta di usare “Last Flowers” dei Radiohead, per punteggiare alcune scene più drammatiche.

Tetsuya Nakashima confeziona un racconto struggente di dolore, il dolore implacabile di una madre che grida vendetta.