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Darren Aronofsky e il suo cinema: The Black Swan e The Wrestler a confronto


Definire il genere a cui appartiene Darren Aronofsky è piuttosto difficile, perché tra i suoi lavori di maggior rilievo, troviamo ogni volta la rappresentazione di un universo a se stante, tanto nella forma che negli argomenti trattati. In questo frangente, si può vedere Darren Aronofsky come un regista particolarmente atipico. Solitamente per un regista la coerenza formale e quella filologica, nel corso di tutta la sua storia filmica, è un punto di forza. In Darren Aronofsky lo è la discontinuità. Il filo conduttore che lega i suoi film non è quindi nella forma o nella continuità delle storie raccontate, ma nella ricerca di un mood di indagine umanistica condotta con metodo. Infatti in queste pellicole troviamo con diversi stili, diverse forme e storie sempre diverse lo scopo di superare la contrapposizione tra “anima e corpo”, “materia e spirito” per unificarli in un crescendo di storie tra loro molto lontane, forme tra loro molto diverse, ma con il medesimo fine di riuscire a sfiorare le verità nascoste dietro il mestiere dell’arte e della vita.

Cambiando ogni volta l’immaginario in cui trovare la forza di questa ricerca ma mantenendo due peculiarità, un fare filmico crudo, ma altamente curato nella fotografia e nell’espressività estetica. Il primo film con il quale si guadagna l’apprezzamento oltre che della critica, (Leone d’Oro alla 65° edizione del Festival di Venezia), del pubblico è: “The Wrestler” -2008- . Storia di un lottare di Wrestling vecchio, sordo e malato di cuore, (Mickey Rourke), che intreccia una relazione amorosa con una ballerina di lap-dance, (Marisa Tomei), e ha un rapporto burrascoso con la figlia (Evan Rachel Wood). << Sono un vecchio pezzo di carne maciullata, ma non merito di stare da solo. Voglio soltanto che tu non mi odi>>. Una pellicola sull’amore e sul riscatto. Molto diverso da: “Il cigno nero”, film sull’Alter Ego, il doppio, il malessere. Che hanno in comune a livello stilistico solo una regia cruda. Da “The Black Swan”:<>. Un’immagine impeccabile per l’eccellenza e la ricerca estetica, ma dove Vincent Cassel è il carnefice violento e pretenzioso di Natalie Portman, nella quale ricerca la perfezione di ballerina per la sua messa in scena de: ”Il lago dei cigni”. Come in qualsiasi forma d’arte, anche nel cinema è difficile etichettare generi e regie, le definizioni date per inserire un regista in una corrente piuttosto che un’altra sono sempre effimere e mai complete. Sono tuttavia un dato apprezzabile, benché limitante, per orientarci nella ricerca di un lavoro piuttosto che di un di altro. Se la definizione di una corrente o di un genere può risultare addirittura fuorviante per catalogare una pellicola (per fare un esempio inerente a Darren Aronosky “The Black Swan” è catalogato come psycho–thriller quando è palesemente un film drammatico), non solo però nelle appartenenze di genere può esserci un fraintendimento così palese. Il problema è infatti più importante quando si tratta di attribuire un film ad un filone riguardante la storia del cinema. Io personalmente attribuire “Il cigno nero” al filone esistenziale. Quando la vita è ripiena di dolore e tristezza, perché una madre egoista e possessiva vorrebbe impedirti di vivere il tuo futuro e il malessere dettato da questa condizione ti introduce nell’abisso della più torbida follia entra in gioco “il male di vivere”. Quando una storia parla di quanto possa essere difficile vivere o entrare in relazione con il proprio lato oscuro io personalmente la attribuirei a un genere filmico riguardante l’esistenza. Così come “The Wrestler”. Da attribuire al genere drammatico com’è solitamente catalogato è sostanzialmente, un film esistenziale. La vita è vista come una discesa verso la vecchiaia e la riluttanza a prendere atto di questa condizione che fa parte a priori e nonostante le nostre scelte della vita così come la morte. Anche in questa pellicola il protagonista sceglierà infatti il suicidio ad un’esistenza lontana dai suoi ideali. Il film è anche una metafora sulla vita, la vita negli Stati Uniti. Uno sport del genere non sarebbe potuto nascere in nessun altro paese infatti. Il wrestling rappresenta in modo emblematico le mille contraddizioni dello show-business, in cui lo spettacolo e il divertimento del pubblico sono al di sopra di ogni cosa. Il ring rappresenta, per certi versi, una moderna arena di gladiatori. Gli spettatori nutrono nei loro confronti un misto di ammirazione e sadismo e i lottatori sono disposti ad immolare il loro corpo in cambio del successo e della notorietà. Allora i combattimenti messi in scena sul ring, diventano per i wrestler l’occasione per espiare i loro conflitti interiori, di somatizzare quelle ferite inflitte da un passato difficile e di esorcizzare le proprie fragilità.

In entrambi i film citati il corpo è il luogo è l’ente verso cui si catalizzano le pulsioni dei due protagonisti. Quello giovane e atletico, ma malato nell’anima, di Natalie Portman nel primo. Quello devastato dagli anni ma vivo nello spirito del secondo, Mickey Rourke. Il primo è un corpo forte e sincero dove la mente è labile. Il secondo è un corpo debole, decadente, e posticcio (dopo tutti gli interventi di chirurgia estetica voluti dal protagonista per apparire ancora in forma) dove la mente è ancora troppo lucida per arrendersi al deflorare che rende con il tempo un corpo fragile. Ne “Il cigno nero” inoltre vi è un’altra componente forte, quella della metamorfosi, non intesa solo come effetto spettacolare quando Natalie Portman si trasforma fisicamente durante un onirico quanto macabro “sogno lucido” in un cigno nero, quanto a livello psicotico. Nel momento in cui l’oblio del sentire viene risvegliato attraverso l’esperienza del dolore, il dolore diventa l’unico canale di comunicazione attraverso cui si riesce ancora a rimanere in contatto con il mondo circostante. Una metamorfosi tra azione fisica e azione psicologica quindi, dove la prima è succube della seconda e non solo veicolo con il quale esprimerla. Una vera e propria sottomissione cerebrale del corpo, che si trasforma in un mezzo pilotato non da un pensiero costruito ma da un pensiero psicotico.

CORPO/ANIMA dunque (in una dicotomia che presenta entrambi gli elementi in un unico frangente dove però qualcosa di esterno li separa ineluttabilmente). METAFORA e METAMORFOSI. Questi alcuni tra gli elementi fondanti del cinema di Darren Aronofsky . I maggiori film per giudizio di critica e di pubblico sono, in ordine di anno di produzione: “Pi greco- il teorema del delirio” (1997); “Requiem for a dream” (2000); “L’albero della vita” (2006); “The Wrestler” (2008); “Il cigno nero” (2010); “Noah” (2014) e infine “Madre!” (2017).