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Nimic (2019): Recensione

Nimic, recensione del cortometraggio diretto da Yorgos Lanthimos con protagonista Matt Dillon. Disponibile in streaming su MUBI dal 27 novembre 2020

VOTO MALATI DI CINEMA 8.5 out of 10 stars (8,5 / 10)

Presentanto al 72°Festival di Locarno e al Ravenna Nightmare Fest, Nimic è la degna continuazione dell’evoluzione artistica di Lanthimos. Il ritorno dello sceneggiatore Efthymis Filippou è palpabile: si possono rintracciare in Nemic le atmosfere inquietanti di Dogtooth (2009), Alps (2011) e The Lobster (2015). Matt Dillon, reduce da “La casa di Jack” (2018) di Lars von Trier, ripiomba in un altro inferno, dove la violenza estrinseca e esplicitata di Jack diventa la violenza intrinseca e implicita del mondo della sostituzione, del mondo della perdita d’identità.

È la storia apparentemente pacifica e monotona di una famiglia, scandita da un ritmo preciso e strutture ripetitive: dall’uovo bollito, al violoncellista che suona appassionatamente, alla routine della colazione. La ripetizione fonda il microcosmo di tante vite, che improvvisamente viene sovvertito e ribaltato cinicamente: il “Padre” si sveglia al mattino, bolle un nuovo per esattamente 4 minuti e 15 secondi, fa colazione a va a suonare in una piccola orchestra. Torna a casa dal lavoro in metro e chiede ad una donna seduta di fronte a lui “Mi scusi, sa l’ora?”. La donna sgrana gli occhi, quasi come se avesse sentito un richiamo, come se un meccanismo inceppato si fosse rimesso in moto, qualcosa di celato in lei che viene risvegliato da quelle parole. Provocandoci un senso di disagio ripete: “Mi scusi, sa l’ora?”.

L’asetticità, la freddezza, l’anomalia di due interlocutori che non interloquiscono, ma abbattono tragicamente le logiche conversazionali. Lungo il viale di casa, il padre è inseguito dalla donna, la quale si incammina dietro di lui, poi accelerando velocemente il passo. Le inquadrature sono esterne alla vicenda, un occhio li segue dal lato opposto del viale in campo lungo, esasperando maggiormente la scena. Dillon arriva a casa, apre la porta; la donna arriva a casa, apre la porta. L’inquietudine dello spettatore si alza ai massimi livelli: l’incubo di esser seguiti fino a casa, da una persona che ha le tue chiavi di casa ed entra in casa con te, superando la tua soglia. Inoltre, ad esasperare l’apertura e il varcare della porta di casa, è lo stesso portachiavi che entrambi possiedono, sul quale è stampata una emoticon sorridente. Probabile che Lanthimos qui voglia alludere alla serialità della riproducibilità degli oggetti nella nostra contemporaneità, e forse, non solo degli oggetti.

Entrati entrambi in casa, si ritrovano nel salotto, davanti alla famiglia di Dillon, iniziando però a ripetere le stesse identiche parole, quasi come se fosse l’ultima tappa di un rito, che porterà alla definitiva sostituzione : “Dille di uscire”, “Digli di uscire”, “Questa è casa nostra”, “Dite a vostra madre chi è il vostro vero padre”, entrambi riferendosi alla moglie e ai bambini. È un atmosfera spettrale, surreale, altamente ansiogena.

Nimic, dal rumeno “niente/nulla” , ha una forte somiglianza con la parola inglese “mimic”, ovvero imitatore. La donna, imitatore dell’uomo, il suo inquietante Doppelgänger. Il padre viene privato del suo ruolo di capofamiglia: la donna si impossessa della casa, del suo letto, del suo lavoro. Il giorno dopo, sarà anche lei a suonare nella piccola orchestra e ad essere applaudita dalla bella famigliola. Il primo piano sul suo viso soddisfatto è pura angoscia: occhi giganteschi che fuoriescono dalle orbite, un sorriso destabilizzante. La mattina seguente è lei a bollire l’uovo per 4 minuti e 15 secondi, a fagocitarlo fugacemente nella sala da pranzo.

Questo folle quadretto familiare è testimone di una paura contemporanea naufragante: il non essere, non riuscire ad imporre la propria identità, a delimitarla entro dei confini, ma perdersi in tante sfumature che non confluiscono nella nostra persona. Lanthimos, ripropone le sue note soluzioni registiche, una in particolare: il fish-eye che ingloba la moglie, il padre, la donna e i bambini seduti sul divano dopo l’arrivo dell’intrusa. La composizione formale ordinata e asciutta, incrementa l’estetizzazione di una tremenda distopia. Il regista, riproponendo successivamente la scena nella metro, questa volta con un altro ragazzo, fa intendere che questo caso di sostituzione non sia un caso isolato, ma qualcosa che sta caratterizzando l’intera umanità. Una catena di identità che si perdono e si ritrovano rubando quella altrui, portando inevitabilmente al declino dell’individualità umana: « Non siamo nulla nella nostra individualità, se non la negazione ».