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Festa di Laurea (1985): Recensione

Festa di Laurea, recensione del film scritto (insieme ad Antonio Avati) e diretto da Pupi Avati. Uscito nelle sale il 24 settembre 1985

VOTO MALATI DI CINEMA 7.5 out of 10 stars (7,5 / 10)

Provincia romagnola, 1950. Ancora infatuato di Gaia (Aurore Clément), ricca signora dell’alta borghesia cittadina, dopo un bacio datole dieci anni prima, Vanni (Carlo Delle Piane), modesto pasticciere di provincia, viene da lei pregato di organizzare la festa di laurea della figlia Sandra (Lidia Broccolino) nella sua villa al mare.
Dopo l’iniziale titubanza, Vanni, blandito dalla “signora”, accetta; e così, aiutato da suo figlio Nicola (Nik Novecento) e da un’improvvisata squadra di assistenti, il timido innamorato – nell’intento di fare un regalo alla sua prediletta – si adopera febbrilmente affinché tutto riesca alla perfezione.
Verrà ripagato con l’ingratitudine.

Pupi Avati mette in scena una commedia dei sentimenti delicata nei toni, ma dal retrogusto amaro.
Partendo dalla devozione di Vanni, umile e generoso provinciale, Avati, senza mai perdere di vista l’impostazione sobria del racconto, introduce, via via, temi che si aggiungono al rapporto tra il piccolo pasticciere e la “signora”, e che, staccandosi dallo sfondo, si pongono in primo piano divenendo essi stessi co-protagonisti: l’universo alto-borghese, l’ipocrisia del “purché-non-si-sappia-in-giro” e soprattutto la differenza di classe che sembra attribuire a Vanni e ai suoi simili l’ineluttabile ruolo di vinti. Ma è davvero così?
E’ questa la domanda che Avati pone allo spettatore dopo avergli messo davanti il mondo di Vanni e quello dorato di Gaia, e avergliene fatto sperimentare, da un lato, l’armonia e il candore, e, dall’altro, la falsità e la doppiezza.
Media questa dinamica la famiglia comunista – con professore e prete al seguito – che, se da un lato, pare voler richiamare Vanni alla propria coscienza proletaria, dall’altro, occupando clandestinamente la casa della “signora”, desta il sospetto di volersi “borghesemente” sostituire ad essa.
Si tratta, in tal senso, di un Avati insolitamente politico, che, tuttavia, non rinuncia al basso volume, al carattere sommesso, all’ironia a tratti grottesca e che, soprattutto, non deborda dal carattere sentimentale della storia mai declinata in dramma.
Il dolore, infatti, per Avati è persino dolce, accettabile; il giusto prezzo da pagare alla gioia del sogno e del tempo che passa cullando le illusioni.

E’, perciò, anche quello di Festa di laurea l’Avati del racconto nostalgico, dell’agrodolce; quello che tocca il suo punto più alto in Una gita scolastica (1983) – di cui Festa di laurea, pur senza raggiugerne le vette, è una sorta di gemello – e che trova in Carlo Delle Piane l’interprete perfetto, le physique du role ideale.
All’attore di origini abruzzesi – dominus gentile e discreto – qui come in altri film avatiani, bastano, infatti, l’intensità dello sguardo, l’abbozzo di un sorriso, a tratti persino la sola presenza in scena per esprimere con esattezza quella profondità del sentire che Avati stesso si propone di raccontare in chiave minimalista, al riparo da qualsiasi ampollosità.
Non è perciò un caso che quello tra il regista bolognese e l’attore abruzzese sia stato uno dei matrimoni artistici più fortunati in ambito cinematografico e che i migliori lungometraggi realizzati dallo stesso Avati – se si fa eccezione per film come La casa dalle finestre che ridono e pochi altri ancora – vedano come protagonista proprio il Delle Piane.

Da applausi la fotografia calda e luminosa di Pasquale Rachini, da quadro impressionista nelle scene en plen air e assolutamente funzionale alla sottolineatura elegiaca del racconto.
Molto belle anche le musiche scritte da Riz Ortolani – che qui si affida a un appropriato swing malinconico – premiate col David di Donatello 1986.
Da ultimo, ci preme omaggiare Nik Novecento, giovane e sfortunato attore scomparso a soli 23 anni, ricco di umanità e – al di là delle pur buone capacità attoriali – in grado di sprizzare simpatia da tutti i pori: è impossibile guardarlo senza un sorriso d’affetto.

In conclusione, Festa di laurea è un grande film perché sceglie di restare piccino; perché rifiuta recisamente i toni alti preferendo la delicatezza. E’ un cinema di poesia, dove la sofferenza resta circoscritta alla dissonanza. Ne è maestro Avati, che, come pochi, sa dosarne sapientemente gli ingredienti.
Si tratta di un film sottovalutato che meriterebbe una maggior luce. O, forse, va bene così, perché, in fondo, sta proprio in questo voler carezzare e scomparire l’essenza del minimalismo avatiano.
Sia come sia, quel che è certo, è che Festa di laurea è un film da guardare in silenzio, prestando ascolto alla voce del cuore di Vanni; un ottimo investimento di tempo per chi intende trascorrere un’ora e mezza regalandosi piccole grandi emozioni.
Delicato.