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L’inquilino del terzo piano (1976): Recensione

L’inquilino del terzo piano, recensione del film diretto e interpretato da Roman Polanski. Uscito nelle sale francesi il 26 maggio 1976

VOTO MALATI DI CINEMA 8 out of 10 stars (8 / 10)

Monsieur Trelkowski, modesto impiegato parigino di origine polacca, prende in affitto un appartamento arredato con gli oggetti della precedente inquilina, Simone Choule, ragazza che ha tentato di suicidarsi gettandosi dalla finestra, ora in coma. Andato all’ospedale per farle visita, Trelkowski incontra Stella, amica di Simone e tra i due nasce una strana relazione. La vita del timido Trelkowski è turbata dai vicini e dal padrone di casa ma soprattutto dalle visioni cui assiste dalla finestra di fronte. Mentre tutti si comportano come se lui fosse Simone, il protagonista pensa che ci sia un complotto contro di lui.

L’inquilino del terzo piano è il terzo e ultimo film della trilogia dell’appartamento del regista franco polacco. Il film è scritto, diretto e interpretato dallo stesso Roman Polanski, il quale porta al di là della macchina da presa la sua vera condizione sociale ai tempi, cioè esule polacco in attesa della cittadinanza francese. Secondo Polanski: “facile dirigere mentre si recita, ma è abbastanza difficile recitare mentre si dirige. Quando fai tu stesso l’attore, prima di tutto hai una persona in meno con cui litigare… Hai a che fare con qualcuno che capisci meglio degli altri. Questo è il vantaggio. Lasci il cappello da regista sulla sedia del regista e indossi il cappello da attore”.
Questo terzo lungometraggio della trilogia è ambientato in una Parigi triste e grigia vista con gli occhi di un immigrato polacco ai margini anche della sua stessa vita. Qui ama rappresentare l’orrore derivante da situazioni ordinarie (vicini di casa pignoli, scorbutici), non c’è violenza fisica, non c’è sangue, bastano infatti i vari comportamenti del padrone di casa, della portiera e degli amici del protagonista ad innescare in lui un senso di colpa, che è probabilmente la più essenziale chiave di lettura del film.
Rispetto a quanto accadeva con il precedente film della trilogia, Rosemary’s Baby, qui i fantasmi si materializzano molto presto e in forma grossolana, ad esempio la lingua biforcuta che esce dalla bocca della vicina ma soprattutto la testa galleggiante di fronte la finestra del nuovo inquilino. Questo perché l’incertezza non è più l’obiettivo principale del regista. Al contrario di quanto succede in Rosemary’s Baby, Monsieur Trelkowski non rinnova l’arredamento dell’appartamento ma, anzi, notte dopo notte ne assapora gli odori e ne esplora le cavità, tanto da trovare un dente dentro il muro della precedente inquilina. Tutti gli oggetti di Simone lo “aiuteranno” nel processo di sdoppiamento di personalità, fra cui l’incisivo della donna, un paio di calze di nylon, uno smalto e un abito da sera.
La molla, però, che farà scatenare il processo di sdoppiamento è simile a quella di Carol in Repulsion, cioè la visione di se stessi, infatti il protagonista, avvicinandosi all’armadio, è distratto dalla propria immagine riflessa nello specchio.
L’inquilino del terzo piano è probabilmente l’opera più piena di rimandi ai precedenti film appartenenti alla trilogia dell’appartamento; la ricetta è la suddetta: un inquilino/a straniero/a con un rapporto bizzarro con il sesso, un appartamento, una crisi di schizofrenia. Si aggiunge poi la difficoltà, da parte dello spettatore, di stabilire con sicurezza se ciò che accade sia reale o frutto dell’immaginazione di una mente malata.
Tra tutti e tre i film della trilogia, quest’ultimo è la lavorazione più rapida e meno faticosa, infatti fu scritto, diretto e montato in meno di otto mesi, appare, almeno dal punto di vista narrativo, il più fragile dei tre. Non sufficientemente approfondita, la mutazione transgender del protagonista si risolve in una frettolosa variazione sul tema del travestimento, da sempre caro a Polanski. Ma non approfondita è anche la complessa simbologia evocata nel corso del film che ha a che fare con la mitologia egizia connessa alla reincarnazione dello spirito, così come l’inspiegabile presenza di individui occupati a fissare il soggiorno di Monsieur Trelkowski, tanto che lo spettatore, non avendo spiegazioni chiare, continua a chiedersi se l’impiegato sia impazzito o effettivamente vittima di un complotto organizzato da tutti gli altri personaggi del film, fra cui Stella.

Ciò che affascina però è l’impossibilità di trovare una spiegazione per lo svolgimento della trama, infatti il protagonista potrebbe essere una vittima dell’azione di un condominio di psicopatici, potrebbe essere un pazzo oppure in qualche modo legato ad una reincarnazione di Simone nel suo corpo. A fare da padrone al film è il mistero, e a complicare la situazione vi è l’impossibilità di Trelkowski di chiedere aiuto al mondo circostante. Polanski ci accompagna in corridoi tortuosi di una casa che sembra quasi avere la sua parte di responsabilità nella vicenda. Gli spazi, infatti, nel film sono protagonisti non meno dei personaggi in carne ed ossa: i citati corridoi tortuosi, muri in cui fare ritrovamenti malaugurati, geroglifici fanno dello stabile una sorta di formicaio, universo aggregante sì dal punto di vista fisico ma disgregante da quello psicologico.
In questi spazi, Trelkowski si muove come il Gregor de “Le metamorfosi” di Kafka.
Simboli esoterici e mistici sono disseminati sapientemente in tutto il film senza però prendere mai uno spazio di primo piano, come Polanski volesse farli entrare in noi in modo subliminale, è un film, quindi, in cui l’ influenza kafkiana è più che evidente.
Simone Choule è come se avesse stregato le mura dell’appartamento con la sua anima, e i vicini, assieme ai camerieri del bar, forzano il processo di confusione delle due identità in Monsieur Trelkowski: oltre all’aspetto fisico, anche i sensi del protagonista sono fondamentali per la futura trasformazione, la cioccolata calda sostituirà il caffè così come le Marlboro rimpiazzano le Gauloises chieste da Trelkowski, giustificandosi, il barista dirà “mademoiselle Choule fumava solo le Marlboro”.
Morta Simone, Trelkowski si sente in dovere di partecipare al suo funerale, ma scapperà dalla chiesa quando, durante l’omelia del sacerdote, il protagonista si sentirà in colpa, come se lui avesse commesso un atto terribile, magari proprio un suicidio. Subito dopo decide però di inaugurare il nuovo appartamento invitando amici e colleghi del lavoro che, essendo molto esuberanti al contrario di Trelkowski, fanno molto chiasso, spostano i mobili, addirittura un amico urinerà nel lavabo dell’appartamento in quanto il bagno è in comune per tutti gli inquilini e si trova nel corridoio di fronte la sua finestra. Un inquilino infastidito dal baccano bussa alla porta del nuovo inquilino lamentandosi a dovere e la festa finisce. La mattina successiva, trasportando l’immondizia, perde i rifiuti per le scale e, nonostante si affretti per tornare a riprenderli, essi non ci sono più, come se lui non fosse mai passato da lì.
Ma siamo ancora agli inizi degli eventi che influenzeranno il comportamento del protagonista, che diventerà, sequenza dopo sequenza, sempre più ansioso e sottomesso a causa del timore del giudizio dei vicini. Comincerà a divenire paranoico dopo un furto subito al suo appartamento e qui inizia il processo di cancellazione o, per meglio dire, trasformazione della sua identità. Distrattamente comincerà a passarsi sull’unghia lo smalto nero di Simone, rimasto nella camera assieme ai vestiti e al rossetto. Con l’acquisto di una parrucca da donna, invece, la trasformazione galoppa, si fa esplicita. Il processo che si sta per avviare è irreversibile e anche lui stesso comincia a rendersene conto, il fatto che veda molteplici visioni fra cui una mummia che si toglie le bende, una testa che vola, sé stesso vestito da donna, delle mani che tentano di afferrarlo, già solo il fatto che lui veda sé stesso non è altro che la causa della scissione dell’Io, egli sta assumendo sempre di più l’identità di Simone, l’Altro.
L’ultimo disperato tentativo di Monsieur Trelkowski di ribellione alla trasformazione in Simone Choule sarà quando al bar rimanda indietro, in modo stranamente per lui aggressivo, la solita cioccolata calda e il solito pacchetto di Marlboro. Successivamente si trasferisce in un hotel, ma per la strada è investito da un’auto, e trasportato nel suo appartamento dove avverrà l’inevitabile epilogo: nel tentativo di sfuggire alle grinfie dei vicini che ora vede come una sorta di mostri che vogliono ucciderlo, vi sarà per il protagonista il suicidio, che in questo caso è doppio, Trelkowski è, come detto nel capitolo precedente, incoraggiato dagli altri inquilini dello stabile che assistono dalle loro finestre ormai trasformate in palchetti di teatro, egli si lancia dalla finestra per ben due volte, in quanto nella prima non aveva fatto altro che procurarsi delle ferite “leggere”. La doppia caduta del sucida imita parodicamente quelle dell’eroina di La donna che visse due volte (Vertigo, 1958), anch’ella costretta a gettarsi due volte per morire definitivamente.
Il doppio suicidio è fondamentale in quanto devono scomparire entrambe le coscienze, quella maschile di Monsieur Trelkowski e quella femminile di Simone Choule.

Nell’ultima sequenza del film si ritorna in ospedale e ritroviamo l’immagine della mummia avvolta nelle bende, per quanto visto nella sequenza precedente dovrebbe ovviamente trattarsi del timido protagonista ormai in fin di vita cioè ridotto nelle stesse condizioni di Simone all’inizio del film quando va a farle visita, però Trelkowski è proprio lì, ai piedi del letto, di nuovo, chiacchierando con Stella. Non si sa se è un’allucinazione di Trelkowski o di Simone.
Un percorso narrativo a due facce, dove l’inizio coincide con la fine e sembra alludere a un continuo iterare ossessivo, una compulsiva coazione a ripetere del protagonista, incastrato in un sistema, che è quello della psiche, ma anche e soprattutto, quello di una società disumanizzante.

Il finale aperto e indefinito de L’inquilino del terzo piano allude appunto ad una condanna, quella dell’essere umano, a eternare il suo percorso di vita.