Vai alla barra degli strumenti

Nuovo Cinema Paradiso (1988): Recensione

Nuovo Cinema Paradiso, recensione del film diretto da Giuseppe Tornatore. Uscito nelle sale italiane il 17 novembre 1988

VOTO MALATI DI CINEMA 9 out of 10 stars (9 / 10)

Il 17 novembre 1988 usciva nelle sale italiane “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore, destinato a diventare una delle colonne portanti del cinema italiano e mondiale. Nel 1990, dopo esser stato distribuito per la terza volta nelle sale, si aggiudica la tanto agognata statuetta dell’Academy, come miglior film straniero. In realtà, la reazione alla sua uscita in Italia, non fu del tutto positiva, venne infatti visto come un film nostalgico negativamente, se non fosse per grandi personalità come Lina Wertmuller, che comprendendo subito l­­’importanza e lo spessore di un classico, affermò, riferendosi al film, “una carezza fatta di cinema in un tempo di sberle”.

Il successo di un giovane Tornatore (Nuovo Cinema Paradiso è il suo secondo film, lo precede “Il Camorrista” 1986), è accompagnato da uno dei più grandi compositori mai esistiti: Ennio Morricone. Sulle note di “Tema D’amore”(brano in realtà composto dal figlio di Morricone, Andrea), tutti noi iniziamo un viaggio di ritorno, chiudiamo gli occhi e ci lasciamo andare ad un universo sensoriale che ci travolge senza nessuna via di scampo. È come la Maddalena di Proust, un’evocazione alla quale non si può resistere. Flauti, pianoforte, strumenti a corda e poi, una veloce corsa verso la riva del mare con la sabbia che scotta, un po’ quella, che tutti noi facevamo da bambini; una passione che esplode in un crescendo: finalmente un tuffo in acqua. Il Maestro ci ha lasciato il 6 luglio 2020, scatenando in Tornatore un’affermazione nella quale crediamo profondamente anche noi: “Senza Ennio non sarebbe stato lo stesso”.

Nuovo Cinema Paradiso, una storia semplice, prima di intellettualismi, l’Anabasi (dal greco “risalire la china”, “tornare indietro”) di Salvatore Di Vita, un ormai affermato regista trentenne, che vive e Roma, dopo esser fuggito da un piccolo paesino siciliano dopo la fine della Seconda Grande Guerra. Una sera come tutte le altre arriva una telefonata, dalla quale apprende la morte di Alfredo (Philippe Noiret), il proiezionista della sala Cinematografica del suo paese. Una telefonata che è un’epifania: Salvatore passa tutta la notte a rivivere la sua infanzia, decidendo di tornare in Sicilia per il funerale di Alfredo. Il funerale diventa un confronto a cuore aperto con le persone lasciate dietro, con la sua terra, con le memorie che aveva ben nascosto lì. Inoltre, parteciperà alla demolizione del Cinema, ormai chiuso da 6 anni, insieme ad un vero e proprio corteo di paesani nel quale riconosciamo le facce ormai segnate dal tempo, facce che abbiamo incontrato nel lunghissimo flashback narrativo di 120 minuti.

Siamo nel piccolo paesino di Totò, un colorito luogo pieno di paesanotti quasi caricaturali, da una semplicità disarmante: dal parroco, alla prostituta, fino a Don Alfio, il proprietario del cinema, che per una moralità paesanotta decide di censurare tutte le scene dei baci dei film proiettati, perché le ritiene oscene e sconvolgenti. Un piccolo mondo antico e rassicurante, una gabbia zuccherosa per Totò, che crescendo e nutrendosi di cinema, sarà diviso perfettamente in due, dalla voglia di restare e quella di andare via. Rimanere ancorati alle proprie origini, quelle difficili da sradicare o logorarsi profondamente ma andar via, per non fare più ritorno. Alfredo, diventato l’amico, il confidente, la guida di Totò, è l’unico a scorgere questo lacerante conflitto interiore nel ragazzo, così si rivolge a lui, in quello che vuole essere uno degli addii più dolorosi della storia del cinema: “Non tornare più, non ci pensare mai a noi, non ti voltare, non scrivere. Non ti fare fottere dalla nostalgia, dimenticaci tutti. Se non resisti e torni indietro, non venirmi a trovare, non ti faccio entrare a casa mia. O’ capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del paradiso quando eri picciriddu.”

Un dolore troppo profondamente radicato per essere consapevolizzato e metabolizzato, l’unica risoluzione è dunque quella della dimenticanza. La dimenticanza e il ricordo, antitetici e contrastanti, sono due strade alternate, che si convergono nel finale del capolavoro di Tornatore. Salvatore ritorna a casa, ritorna in sé, non più immerso nella corsa sfrenata verso il raggiungimento dei suoi obiettivi (ormai raggiunti) e inizia a ricordare, per non dimenticare più. Totò adulto, interpretato da Jacques Perrin, si siede da solo nelle poltrone, per visionare una bobina lasciata a lui da Alfredo: un montaggio di tutte le sequenze dei baci tagliati (dai film L’Angelo azzurro, Lo sceicco bianco, Via col vento, Casablanca, Senso, Poveri ma belli, Vacanze Romane… ). Totò si lascia qui andare ad un pianto liberatorio, di fronte al montaggio, non solo di sequenze censurate, ma della sua stessa vita. Un montaggio finale dal quale travasa una strabordante passione per il cinema. La sensazione che ci pervade è quella di un cerchio che si è appena chiuso, o meglio, che si è potuto chiudere, proprio perché Salvatore ha avuto il coraggio, la forza e la temerarietà di aprirlo.